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ARTICOLI NOTIZIE E PENSIERI VERDI

                                                                                       

 

LE PIANTE POSSIEDONO UNA MEMORIA? SONO IN GRADO DI “SENTIRE”?

 

Estremamente interessanti si sono dimostratigli esperimenti condotti da Cleve Backster e Peter Tompkins, entrambi scienziati che hanno studiato le piante per arrivare a constatare alcune cose a dir poco sorprendenti….

Cleve Backster è stato tra gli esperti più rinomati nell’uso della macchina della verità. Nel 1966 ebbe l’idea di applicare gli elettrodi di una di queste macchine ad una pianta d’appartamento per vedere se si manifestassero delle reazioni. Scoprì così alcune cose estremamente sorprendenti…

Mentre eseguiva i suoi esperimenti pensò: “Darò fuoco ad una foglia della Dracena!”ma nello stesso momento in cui formulò questo pensiero ed ancora prima di prendere in mano un fiammifero, il plotter di misurazione segnalò un’impennata! Lo scienziato uscì dalla stanza e quando rientrò tenendo in mano i fiammiferi, l’apparecchio registrò una nuova oscillazione.

È possibile che le piante pensino? E se la risposta è affermativa, come fanno le piante a recepire i pensieri umani?

 

Le piante ricordano le persone

Un giorno un fisiologo canadese fece visita al laboratorio di Backster per osservare le reazioni delle piante, ma le piante restarono mute. Alla domanda del fisiologo, se egli avesse qualcosa a che fare con la distruzione delle piante, Backster rispose: “Sì, le metto a seccare in un forno per determinarne il loro peso a secco.” Evidentemente le piante lo sapevano e quindi si erano finte morte.

“I pensieri sono una forma di energia.

La fisica ci insegna che l’energia non può andare perduta.

Nasce quindi la domanda: dove va l’energia dei nostri pensieri?”

È  verosimile che le piante pensino? Sono in grado di ricordare episodi del passato? 

Di grande effetto furono poi ulteriori esperimenti:

-       una pianta scoprì l’età di un uomo;

-       le piante ricordarono degli episodi accaduti e riuscirono a trovare esattamente la persona giusta…

 

Le piante sono in grado di pensare

Backster ricevette un giorno la visita di un giornalista. Con l’aiuto del suo galvanometro che aveva collegato ad un Filodendro (pianta rampicante), volle scoprire l’anno di nascita del reporter. Backster elencò una serie di anni ai quali il giornalista doveva, come d’accordo, rispondere ogni volta con un monotono “no”. A test terminato Backster lesse il risultato del diagramma: la pianta aveva percepito esattamente quando il reporter aveva mentito scoprendo così quanti anni egli avesse.

 

Le piante possiedono una memoria?

Esperimenti analoghi sulle piante sono stati effettuati nell’ex Unione Sovietica. Gli studiosi di Akademgorok sono certi che le piante abbiano una memoria! Secondo loro infatti, esse sono in grado di memorizzare impressioni/sensazioni per un periodo di tempo considerevole. A questa conclusione giunsero in seguito ad un esperimento compiuto su una pianta di Geranio, che era stata maltrattato da un uomo il quale aveva inciso alcune foglie con un ago, le aveva poi cosparse di acido oppure le aveva bruciate. Un altro uomo invece, si era preso cura di lei in modo molto amorevole: la bagnava, smuoveva il terriccio e curava le sue ferite. Al termine di questa terapia da shock, la pianta venne collegata alle apparecchiature di misurazione… Non appena le si avvicinò il suo torturatore, il plotter iniziò a scrivere in modo incontrollato - essa fu presa letteralmente dal panico. Quando invece questi si allontanò e le venne incontro il suo benefattore, la pianta si calmò rapidamente.

 

Le piante possono ricordare episodi del passato?

In un altro laboratorio sei studenti bendati tirarono a sorte. Ad uno di essi toccò il compito di recarsi nella stanza adiacente dove si trovavano due piante: egli dovette estirpare e calpestare una delle due. La cosa doveva avvenire in segreto e, oltre alla seconda pianta, non dovevano esserci altri testimoni. La pianta fu quindi collegata ad una macchina della verità e gli studenti furono fatti entrare singolarmente nella stanza. Davanti a cinque studenti la pianta non dette alcun cenno di reazione, ma non appena si avvicinò il “colpevole”, il galvanometro sussultò notevolmente.

 

“É un dato di fatto che l’uomo possa comunicare con le piante, in quanto sono esseri viventi collegati a noi attraverso i campi morfici. Ci possono apparire sorde, mute e cieche, ma non c’è alcun dubbio sul fatto che le piante siano esseri estremamente sensibili in grado di percepire anche i sentimenti umani.”

Dott. Marcel Vogel

 

Le piante crescono meglio con la musica ed hanno imparato a contare.

I sensazionali risultati di questi esperimenti indussero 7000 scienziati a richiedere a C. Backster la relativa documentazione. Numerosi scienziati iniziarono a loro volta a condurre esperimenti sulle piante ed aumentarono quindi le notizie del tipo: “un albero inizia a tremare se si avvicina il tagliaboschi”, oppure “le carote reagiscono impaurite alla vista di un coniglio”, e ancora “le piante crescono meglio se ci si rivolge loro in modo gentile”.

Le piante crescono meglio con la musica.

Il prof indiano T.C.N. Singh, fornì la prova che i fiori e perfino campi interi “trattati” periodicamente con la musica, crescono in modo molto più rigoglioso, sia a livello delle piante stesse che dei loro frutti. Nei suoi esperimenti egli “inondò” le sue piante da vaso con onde sonore e constatò una cosa sorprendente: dopo otto settimane di musica le foglie erano aumentate del 22% ed i fiori del 52%! L’esperimento consisteva nel trasmettere della musica per mezz’ora al giorno con l’aiuto di un giradischi ed un altoparlante, e fu inoltre possibile concludere che vi sono differenze anche in base al genere di musica. Se da una parte infatti, esse mostrarono decisamente di gradire la musica classica, quella jazz, rock e country si dimostrò invece inibitrice della crescita.

Le piante hanno imparato a contare.

I coniugi Hashimoto sono riusciti ad insegnare ad un cactus a contare ed a sommare fino a venti. Alla domanda quanto fa 2x2 ad esempio, la pianta rispose con dei toni che, una volta decodificati, diedero luogo a quattro ben distinte oscillazioni, una accanto all’altra.

 

Un cactus modificò la sua forma convinto da qualcuno a farlo.

Uno dei ricercatori più di successo, l’americano Luther Burbank, parlava alle sue piante come fossero sue buone amiche. Così facendo, egli riuscì ad ottenere un cactus privo di spine.Burbank confidò al famoso Yogi Paramahansa Yogananda, di parlare spesso con le sue cactacee per avvolgerle in un’aura di amore, dicendo loro: “non dovete avere paura, non avete bisogno delle vostre spine perché io vi proteggerò.”

Ci vollero anni ma alla fine Burbank poté sfoggiare il suo cactus senza spine.

 

Ulteriori esperimenti dimostrarono che le piante e le persone che si prendono cura di loro, sono legate da un rapporto molto stretto che permane anche a distanza. Una conoscente di Backster fece un viaggio di 3000 miglia attraverso l’America e ad ogni atterraggio e successivo nuovo decollo, le piante reagivano alle sensazioni di paura della persona che le accudiva. Essa infatti aveva una paura incontrollata di volare. Backster decise quindi di spostare le piante e di metterle in una gabbia di Faraday, nonché in un contenitore di piombo isolato. Tutte queste schermature si rivelarono però completamente inutili, poiché nessuno di questi accorgimenti fu in grado di spezzare l’unione tra questa persona e le sue piante.

 

Che spiegazione dare a questi esperimenti?

Già nella newsletter precedente, nella quale abbiamo parlato dell’acqua e degli esperimenti di Masaru Emoto, avevamo detto che i pensieri sono una forma particolare di energia. Si tratta di un’energia molto sottile, invisibile all’occhio umano ma misurabile con apparecchiature specifiche; il primo a farlo fu nel 2002 il Prof. Roger Nelson dell’Università di Princeton negli USA.

Le piante, gli uomini e gli animali, sono collegati tra loro attraverso i cosiddetti campi morfici. Il biologo H.C. Waddington, dedusse dalle sue ricerche sui campi morfogenetici che “la natura possiede una memoria” ed il naturalista Rupert Sheldrake confermò questa asserzione con i risultati delle proprie ricerche: “esiste un collegamento di tipo telepatico che unisce tra loro tutti gli esseri viventi.”

Per ulteriori informazioni sui campi morfici, visitate il nostro sito www.creativpower.it

 

Paul Kircher e Eleonora Brugger  Responsabili di CreativPower Italia

San Pietro Mezzomonte 40 I-39040 Velturno (BZ)

 

 

CASA SUGLI ALBERI

Intervista con Stefano La Rocca

 

Com’è nata l’idea di lavorare sull’idea di casa sull’albero?

Quando ero piccolo, sfogliando le riviste di architettura che giravano per casa, disegnavo case volanti, o case su pilotis, come quelle di Le Corbusier. Da studente, quando ho visto la prima volta Falling Waters, ho pensato all’architettura organica come a un nuovo modo di costruire dove architettura e natura si compenetrano e, nella loro diversità, si rispettano e collaborano all’evoluzione della vita. In seguito abbiamo riletto Calvino, “Il barone rampante“ cui il nostro gruppo ha inteso emblematicamente ispirarsi. Costruendo con le nostre stesse mani e lavorando tra gli alberi e con gli alberi, ne abbiamo studiato e capito la straordinaria vitalità, forza, tensione, i messaggi che ci trasmettevano. Da qui l’avvio di una ricerca, di una sperimentazione che ci ha portato sempre di più ad affinare le tecniche e a esplorare il panorama internazionale che si muoveva intorno a queste esperienze. In ciò incoraggiati dal fatto che abbiamo subito “fatto notizia”, vista l’inaspettata risonanza che la nostra attività ha trovato sulle principali testate nazionali, su riviste specializzate internazionali, sul web e altri media. Quasi ci fosse una diffusa, latente, attesa.

 

Qual è l’immaginario che sta dietro a questa idea?

Il nostro lavoro vuole essere un invito a oltrepassare il confine, non nella sua consueta dimensione orizzontale, da sempre legata all’esigenza umana di delimitare lo spazio, bensì nella dimensione verticale, affascinante e magica. Il tema della connessione dell’uomo con la natura e il paesaggio va dunque visto nella sua duplice identità: del confine e del sogno. Il nuovo stato percettivo altera la nostra coscienza avvicinandoci alla dimensione onirica che, in quota, viene a trovarsi in nuovi punti di vista che ci relazionano con realtà solitamente inaccessibili e celate. Riconnettere l’uomo con il suo ambiente è la prima responsabilità di un architetto.

Come è possibile che l’ architetto, che si occupa di trovare l’habitat più idoneo per un insediamento, non faccia caso alle connessioni che abbiamo con l’ ambiente che ci circonda? E se l’albero diventasse una componente essenziale dell’insediamento umano? Quello che l’uomo ha dimenticato, la connessione tra gli esseri animali e vegetali che popolano la terra, l’architetto non può dimenticarlo.

 

Come la concretizzate?

Il primo passo è il sopralluogo sull’area, l’individuazione della pianta, o delle piante, e l’esame visivo delle stesse. Successivamente si passa alla fase delle verifiche tecniche, anche per mezzo di prove strumentali, l’analisi dendrostatica in particolare, necessarie per poter garantire la stabilità, accertare lo stato fito-sanitario della pianta, certificare la portanza specifica delle parti di struttura arborea interessate dai carichi. Soltanto dopo queste indagini preliminari inizia la progettazione esecutiva, che segue un attento rilievo geometrico dell’albero scelto. È l’albero, con la sua chioma, con la sua conformazione, con i suoi punti di forza a suggerire la “forma” della casa che si dovrà realizzare. Infine: il cantiere. Noi non ci limitiamo alla sola progettazione, ma siamo sempre presenti in tutte le fasi della realizzazione in cantiere, in cui interveniamo sia per la direzione lavori che per la messa in opera degli elementi costituenti le nostre strutture.

Realizziamo strutture eco-compatibili, con materiali biodegradabili e di recupero che in seguito potranno essere riutilizzati ancora. Sospendiamo le nostre strutture agganciandoci alle branche superiori con fasce di carico che salvaguardano l’albero senza in alcun modo scalfire, invadere, penetrare il fusto e i suoi rami.

Facciamo attenzione allo spreco di risorse naturali, e quindi il recupero delle acque piovane e l’utilizzo di pannelli fotovoltaici sono fattori che in fase progettuale teniamo in altissima considerazione.

In prevalenza usiamo il legno, uno dei materiali edili più sani. Gli impregnanti sono di natura minerale. Le vernici sono vegetali.

 

Ma gli alberi saranno contenti di ospitare una casa?

Sì se li tratti con rispetto. Ogni tipo di relazione che funzioni bene è caratterizzata da uno scambio di cure, attenzioni e protezione dell’altro.

 

Molti architetti (e non) si sono cimentati con questa idea, sono esperienze che considerate nella progettazione?

Non ci risulta che ci siano, In Italia, organizzazioni tecnico-professionali totalmente dedicate allo studio e alla progettazione di strutture sospese e immerse negli alberi. Almeno nel senso che intendiamo noi: non si tratta di riproporre la fiabesca e romantica casetta di legno nel bosco o le maestose baite montane circondate da abeti e betulle.

 

Continua sul n° 4 di Nemeton-  http://www.nemetonmagazine.net/blog/?p=762

 

 

INDIA, IL VILLAGGIO CHE PIANTA ALBERI

Sadhana Forest è una villaggio ecocompatibile nato nel 2003 nella regione del Tamil Nadu, nel Sud dell’India.

                           

La sua missione? Piantare alberi ed educare i bambini del posto a vivere rispettando il loro territorio.

La prima cosa che si nota entrando nel villaggio Sadhana Forest, nel sud dell’India, sono gli alberi. Piccoli e accatastati un po’ ovunque. Pronti per essere piantati: come quelli di un vivaio. Poi, non appena si incontra uno dei simpatici abitanti del villaggio tutto diventa più chiaro. E l’unico luogo “urbano” al mondo che al posto di espandersi costruendo case e togliendo spazio alla foresta, si allarga mettendo tutti quegli alberi nella terra. Pronti per crescere e creare un nuovo bosco. Tutto intorno. 

Sadhana Forest nasce nel 2003 da un idea di Yorit and Aviram Rozin in una zona arida a pochi chilometri da Auroville, la città universale, nella regione del Tamil Nadu. Settanta acri completamente vuoti che nel giro di un anno sono diventati un villaggio internazionale ecosostenibile. In sette anni sono stati piantati 20.500 alberi appartenenti a 150 specie indigene diverse.

Qui è tutto autoprodotto con materiali recuperati nella zona: le case, la piscina (sì c’è anche una piscina), gli spazi comuni. Ogni settimana ai circa 70 abitanti fissi si uniscono gruppi di volontari che voglio condividere uno stile di vita rispettoso dell’ambiente.

Si mangia cibo vegano, ci si riscalda e si produce energia solo con pannelli solari. Poi ci sono le classi di yoga e di qualsiasi altra disciplina olistica. Le auto? Neppure a pensarci. Ci si sposta solo a piedi o in bicicletta: nel villaggio c’è anche un servizio di bike sharing.

Ma non pensate subito a un paesino “fighetto” e alternativo a tutti i costi popolato solo da europei e americani. Magari stanchi dei ritmi cittadini. Sadhana Forest non è questo. Soprattutto perché in questi anni ha coinvolto migliaia di bambini e ragazzi locali per educarli a rispettare il loro territorio.

L’idea è quella di riportare in vita un’area dimenticata. E poi ci sono i workshop, l’Eco film festival, la meditazione, la vita comunitaria. A volte basta guardare i bambini per capire che Dio è tornato. Anche qui.                   

Fonte: city.corriere.it

 

 

Sotto il pino silenzioso il vento di giugno mi disse...

 

Un giorno mi incamminai per un viottolo sassoso che si inerpicava lungo il crinale di una piccola montagna, quando vidi una radura di verde accesa che sembrava aspettare solo la mia presenza. Una carovana di profumi trapassò tutto il mio essere.

Mi sedetti sotto un pino maestoso, nato dalla secca terra.

“Privo di paura e di credo vivi nella consapevolezza di ciò che non muta, senza curarti di essere coerente. Sii te stesso con coraggio e avrai scalato la montagna più alta. Spontaneamente, allora, conoscerai Dio.

Come il vento carezza i rami del salice, la pura spontaneità ti guida verso le verità senza nome. Privo di pregiudizi e di rancori vivi nella gioia dello spirito che niente e nessuno può scalfire. Sii luce e sentiero del tuo cammino, e considera ogni scrittura come un dito che ti indica la luna, come un simbolo della verità.

Ma non credere mai ciecamente in dogmi religiosi. Poiché niente che non venga vissuto può dare fuoco vitale alla tua fede. Abbandona la paura e avrai esperienza dell’Assoluto.

Abbandona l’ipocrisia di ogni religione. Senza nasconderti dietro altari o parole o rivelazioni di sconosciuti, sappi che credere in qualcosa è facile e comodo, ma non può portare alla verità, a meno che non sia un abbandono alla pura coscienza senza limiti. Al vuoto di questo momento.”

 

Fra i rami si alza il soffio del vento. Quanto è prezioso il silenzio. Come lo spazio che si dilata in materia informe nelle pieghe infinite del tempo, e poi divampa in mezzo all’inutile frastuono dell’ignoranza come una sorgente zampillante di vivissima luce. E scorre riempiendo ogni senso, e ti abbraccia come una fiamma che non brucia, come la tenebra invernale.

E tutto sembra pregare, e respirare lentamente in quell’attimo interminabile. La foresta diventa un immenso lago di cristallo, e i rami ondeggiano e si piegano dolcemente, ripetendo il sacro canto della vita.

I fumi della sera affondano nella terra umida e vibrano nelle radici e tornano in alto. E tutto respira, e sogna, e di nuovo in me vive.

Quando tu dormi sognando il mare e i profumi di terre assolate, calano le bianche nebbie e soffoca la natura i suoi ancestrali gridi sommersi nelle oscure grotte. I gabbiani seguono le rotte dei tuoi sguardi e il cielo, e il mare, sono fratelli dei tuoi pensieri.

“Che il dolce sussurrare della foresta sia la tua ombra, e serena e limpida come acqua di torrente sia la tua vita. E non esser mai sazio, mai, di tale nettare.”

 

A volte mi sembra che il cuore non possa sopportare l’incanto di questa notte. Eppure l’orizzonte è proprio sotto i miei piedi.

Ma certo! A tu che desideri sempre terre lontane. Se vuoi l'orizzonte, fermati.

A tu che cerchi la saggezza. Se vuoi la Verità, ascolta.

 

Articolo di David Ciolli - Redazione di Promiseland.it

 

 

2011 Anno Internazionale delle Foreste

Il 20 dicembre 2006, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione proclamando il 2011 Anno Internazionale delle Foreste per sostenere l’impegno di favorire la gestione, conservazione e lo sviluppo sostenibile delle foreste di tutto il mondo. Le foreste sono parte integrante dello sviluppo sostenibile globale: le attività economiche legate alle foreste influiscono sulle condizioni di vita di 1 miliardo e 600 milioni di persone in tutto il mondo; inoltre sono fonte di benefici a livello socio-culturale e costituiscono il fondamento del sapere delle popolazioni indigene; infine, come ecosistemi, le foreste giocano uno ruolo fondamentale nel proteggere la biodiversità e nell’attenuare gli effetti del cambiamento climatico.

Per saperne di più cliccare qui

 

 

“Gli alberi sono liriche che la terra scrive sul cielo. Noi li abbattiamo e li trasformiamo in carta per potervi registrare, invece, la nostra vuotaggine”

Kahlil Gibran

 

"L'albero è molto piu' di un seme, un germoglio, un tronco vivo e poi un legno morto. L'albero e' una forza lenta e persistente alla conquista del cielo".

Antoine de Saint-Exupéry

 

 

LE ENERGIE POSITIVE DEGLI ALBERI

"Fai che le mie mani

rispettino le cose che tu hai fatto,

che le mie orecchie siano attente alla tua voce.

Rendimi saggio,

affinché possa conoscere

le cose che hai insegnato al mio popolo,

le lezioni che hai nascosto

in ogni foglia e in ogni pietra. "

 (Preghiera amerinda)

 

Universalmente l'albero rappresenta uno dei simboli della Natura ed è considerato il portatore di qualità come la forza, la saggezza e la fertilità.

Dall'albero della conoscenza del bene e del male nella tradizione biblica, all'albero della Vita nella tradizione cabbalistica, agli alberi presenti nelle mitologie indo-americane, africane e orientali, ovunque vi sia umanità viene riservato un posto d'onore a questo essere vegetale.

Anche ognuno di noi intrattiene una relazione personale con gli alberi, che rispecchia il nostro modo di porci nei confronti della Natura. Chi considera gli alberi una fonte di produzione e profitto. Chi si interessa agli alberi in maniera analitica, cercando di comprendere come crescono e si riproducono. Chi invece li considera esseri magnifici a cui volgersi per trovare rifugio e bellezza. Chi li vede come amici e se ne cura. Chi fa

scambi energetici con loro sapendo che se ne possono trarre benefici e chi, infine, vede l'albero come una creatura trascendente che gli permette di accedere al divino.

In ogni caso, è possibile sviluppare una percezione autentica degli alberi e per farlo occorre soltanto uscire dai pensieri abituali. Sedersi accanto a un albero che ci attira, durante una passeggiata in un bosco, chiedergli dal nostro piú profondo essere di ospitarci per un po' di tempo, riconoscere che è un essere vivente e misterioso, prendere coscienza della sua presenza utilizzando tutti i nostri sensi, entrare in comunicazione con lui attraverso il respiro e percepirne il campo energetico, è una pratica semplice che richiede solo sensibilità e amore nei confronti della Natura.

 

Ogni specie d'albero possiede la propria forma distintiva e qualità particolari, che è possibile scoprire quando si penetra nel loro campo energetico da cui inconsciamente si ricevono informazioni. Si sente anche che l'albero con cui si è entrati in contatto agisce sugli stati d'animo.

Ogni albero esprime una qualità che condivide con tutti gli individui della stessa specie. E' possibile identificare le qualità della specie grazie all'osservazione$ delle caratteristiche fisiche dell'albero, la forma del tronco, dei rami, la corteccia, le foglie e lo studio del suo comportamento all'interno dell'ecosistema.

Ricerche sperimentali e anni di vita a contatto con gli alberi hanno portato ad identificare nove specie di alberi dalle qualità particolarmente benefiche, che migliorano il vissuto quotidiano, aiutano a liberarci da blocchi e favoriscono il contatto con il nostro io interiore.

 

La betulla, albero dal tronco liscio e bianco, con le sue foglie leggere, esprime la qualità della dolcezza. Quando abbiamo subito uno shock, un dolore, un trauma, quando sentiamo durezza in noi stessi o riconosciamo il bisogno di tenerezza e amore, l'energia della betulla ci viene in aiuto.

Il faggio esprime la qualità della serenità ed è di grande utilità quando ci si sente deboli, sfiduciati, impauriti o timidi per mancanza di fiducia in se stessi.

Il biancospino favorisce la centratura, la capacità di superare i momenti di confusione e di dispersione, di stress, in cui è piú facile perdere il contatto con noi stessi e sentirsi disorientati.

L'abete facilita la respirazione e rende più fluidi. Questo albero elegante, verticalmente proteso al cielo, ci mette in contatto con ritmi forti e grandi. E' un amico a cui rivolgersi quando fatichiamo a respirare e vogliamo trovare sollievo o collegarci a una dimensione piú ampia e spirituale della Vita.

 

La rosa canina è il fiore dell'apertura e del rilassamento. I fiori della rosa canina infatti si aprono di continuo e quando sono totalmente aperti i petali si staccano, senza rimpianto perché subito dopo altri fiori sbocceranno e si apriranno per tutto il periodo della fioritura. L'albero della rosa canina favorisce l'apertura di alcune parti bloccate e la liberazione da limitazioni che non servono piú al nostro processo di crescita.

Il pino marittimo è l'albero della luce. Ravviva gli organi in ipo-funzionamento, rivitalizza nei momenti di fatica e permette di sentire la Vita anche nelle circostanze piú dolorose e scure, in caso di depressione, apatia e scoraggiamento.

Il bosso porta in sé la qualità della liberazione e favorisce pertanto il lasciar andare. Aiuta a comprendere le somatizzazioni fisiche dovute a un problema esistenziale e nei problemi di ritenzione e d'accumulazione, a liberaci dagli schemi ossessivi che ci bloccano e sembrano ormai sedimentati in noi.

La ginestra è la pianta della rinascita e del rinnovamento, utile per riprendere le energie in seguito a convalescenze e per ritrovare le forze e la giusta apertura al futuro dopo aver attraversato difficoltà e prove. Favorisce la rinascita del sole interiore e della speranza.

Il noce, infine, esprime la qualità della responsabilità. Il contatto con il noce puó far emergere memorie sopite nel nostro inconscio, stimolare l'autonomia da modelli esteriori e la presa di responsabilità nei confronti di se stessi.

 

Il passo successivo all'individuazione delle caratteristiche energetiche degli alberi è stata la creazione di oli, preparati in modo da assorbire e trasmettere le loro qualità vibratorie.

Anche nel caso dell'utilizzazione degli oli avviene lo stesso processo: le qualità dell'albero, veicolate dall'olio, entrano in risonanza con i nostri corpi energetici, producendo effetti benefici ed armonizzanti. Qualunque sia la qualità da sviluppare, questa esiste già in ogni essere umano, forse rimasta latente o inutilizzata troppo a lungo. Mettersi in contatto diretto con gli alberi o applicare un olio sulle zone dolenti del corpo o sui chakra, facilita per risonanza il risveglio e la presa di coscienza di quella stessa qualità in noi e ci sostiene nel processo di trasformazione e guarigione.

di Anna Poletti

 

 

Il mini orto da terrazzo

Sarà una moda, la voglia di mangiare sano, la passione per il giardinaggio. L’ultima tendenza delle metropoli è quella di coltivare l’orto in casa propria: balcone o terrazzo, non fa differenza.

Chiunque può crearlo, anche sul davanzale di un appartamento al ventesimo piano. Basta un buon concime e un po’ di passione. Come insegna il grande chef Jamie Oliver, che racconta di aver cresciuto patate in uno stivale di gomma, insalata in una busta di plastica, la rucola in una grondaia e i fagioli in un secchio.

E così si impone, da Milano a Roma, la moda importata dagli USA dell’orticoltura urbana: un hobby che si trasforma in stile di vita all’avanguardia, da sperimentare anche in pochi metri quadri.

Sono ormai decine di migliaia le persone che hanno piantato sul balcone pomodori, patate e carote e non vedono l’ora di rientrare dal lavoro per innaffiare le verdure e cucinarsi qualcosa di buono, coltivato con le proprie mani.

I “contadini metropolitani” si godono ortaggi freschi, staccano la spina dallo stress lavorativo e si immergono in un angolo di natura per dedicarsi alla terra.

Come spiegano i cromoterapeuti i colori influenzano l’umore: potersi svegliare e ammirare il verde delle zucchine o il viola delle melanzane offre la possibilità di condizionare positivamente lo stato d’animo.

 

Per iniziare

Al momento dell’acquisto verificare che l’etichetta della pianta riporti le seguenti informazioni: data della semina, modalità di coltivazione ed eventuali trattamenti fitosanitari. Il costo di ciascuna piantina varia da 1,50 a 2,50 euro.

Le coltivazioni più indipendenti dal clima e che non richiedono troppa cura sono i tuberi e i legumi. Ottime le piantine di aromi acquistabili anche nei centri commerciali.

Ortaggi e verdura necessitano di maggiori cure e attenzioni.

Il pollice verde è necessario per cimentarsi con la frutta.

 

Sulla base dei dati Coldiretti:

le erbe aromatiche più richieste sono: basilico, prezzemolo, mentuccia, salvia, rosmarino e origano tra i prodotti da orto prima l’insalata (semplice da coltivare, garantisce il raccolto un mese dopo la semina) poi pomodori, fagiolini e melanzane.

www.wellnesscucina.com

 

L'orto in città di Luigi Carcone L'Airone editrice Roma

 

 

ORTI SCOLASTICI DALLO SWAZILAND

Sono orfani oppure abbandonati dai genitori, 26 giovanissimi il cui futuro sarebbe la strada nei pericolosi slum di Mbabane nello Swaziland. Ma grazie al progetto Junior Farmer Field and Life Skills patrocinato dalla Fao, questi ragazzi della Boyane Primary School, finite le lezioni, coltivano in appezzamenti comuni e individuali frutta e verdura, anzichè vagabondare per la periferia cittadina.

Questa esperienza formativa consente ai ragazzi di apprendere le tecniche essenziali dell’agricoltura e di contribuire alla sicurezza alimentare delle proprie famiglie. Chi non è orfano infatti vive con i nonni molto anziani in difficili condizioni economiche.

Joyce Mkhaliphi, responsabile del progetto, spiega : «Dagli orti individuali i ragazzi coltivano ortaggi da portare a casa, i prodotti del terreno in comune sono invece venduti nella comunità per reinvestire i proventi in altre iniziative di questo tipo».

Joyce infatti ritiene che presto le attività dei ragazzi potranno essere implementate con allevamento di pollame oppure di bovini per la produzione casearia.

I ragazzi coinvolti nel progetto hanno dai 12 ai 18 anni e hanno incontrato l’apprezzamento del direttore Fao Jacques Diouf: «Questi giovani sono nati durante la grave crisi agricola degli anni Novanta, quando i loro genitori hanno dovuto abbandonare le campagne per andare a ingrossare le fila dei disoccupati nelle città. Grazie a queste iniziative i ragazzi possono imparare un mestiere importante e contribuire alla rinascita dell’agricoltura, fondamentale per l’economia e la sicurezza alimentare del Paese».

Fonte :Inter Press Service

Luca Bernardini  l.bernardini@slowfood.it

 

 

UN ORTO IN PRIGIONE

 

In una prigione di San Francisco le discariche vengono trasformate in orti e i detenuti piantano alberi.

 

Ho trascorso molto tempo in prigione, come consulente in servizio attivo per le donne detenute. Il mio compito era quello di aiutarle a trovare modi di vivere diversi rispetto a quelli che avevano seguito fino ad allora.

La maggior parte di loro era dentro per uso, possesso o vendita di droga; altre venivano dal mondo della prostituzione, e molte avevano dei bambini. Queste donne desideravano credermi quando dicevo loro che esistevano altri modi di vivere, ma la realtà era che non avevano ricevuto alcuna istruzione. A San Francisco facciamo dei test a chiunque entri in prigione: il livello medio di lettura è quello delle prime classi elementari, e gran parte di quelli che si trovano qui da noi non ha mai avuto un lavoro. Così, sebbene queste donne volessero rispondere: “Sì, Cathy, crediamo in quello che dici, noi possiamo fare qualcos’altro delle nostre vite”, la loro condizione era davvero pessima.

Dopo avere lavorato parecchi anni a stretto contatto con a queste donne, scoraggiata riguardo alle loro situazioni, scoprii di soffrire di un serio disturbo renale. Avevo 28 anni, e due bambini piccoli, quindi fu per me uno shock sentire il dottore che mi diceva: “Non va per niente bene, il tuo organismo non risponde ai farmaci. Puoi rimanere a morire qui in ospedale, oppure puoi scegliere di morire a casa”.

Proprio poco prima che il dottore mi dicesse questo, un amico mi aveva regalato il libro Furore di Steinbeck. Lo lessi, e rimasi colpita da ciò che l’autore affermava: per sentirsi davvero vive, queste persone dovevano ritrovare la connessione con il suolo, con la terra. Essendo cresciuta a Newark, nel New Jersey, io non avevo certo avuto molto contatto con la terra. Mentre mi trovavo in ospedale mi venne in mente che, visto che la prigione di San Francisco è stata costruita su una zona in cui, nel 1930, sorgeva una fattoria di 145 acri, poteva essere una buona idea quella di portare i prigionieri fuori dagli edifici, a contatto con la terra, per cercare di far crescere ancora qualcosa.

Fui fortunata, perché tutti pensavano che avrei tirato le cuoia presto, e quando il mio caro amico, Michael Hennessey, il nostro sceriffo, venne a trovarmi in ospedale, disse: “Sì, Cathy, se vuoi portarli fuori a coltivare, bene. Perché non lo fai?”. Lo disse perché sapeva che stavo per morire, ma nel frattempo avrei avuto un’occasione per sentirmi meglio. Beh, non morii, e quando uscii dall’ospedale mi installai, con quattro detenuti, nella vecchia fattoria. Mi sarebbe piaciuto che aveste visto le loro facce quando dissero: “Cos’è che dobbiamo fare qui?”; e io risposi: “Bene, inizieremo con il pulire questo casino”.

 

Così cominciammo a pulire. Per vent’anni la vecchia fattoria era stata adibita a magazzino del dipartimento di polizia: ci vollero tre anni per ripulirla per bene, e lo facemmo senza attrezzi e senza carriole. I giardinieri del carcere demolirono i vecchi edifici letteralmente con l’uso delle mani soltanto: non avevano né giacche né impermeabili, indossavano le magliette e i vestiti leggeri che passava loro la prigione, e le infradito per ciabattare in giro. Ciò che mi commosse fu il vedere queste persone che, per la prima volta, si prendevano cura di qualcosa: cominciai a vederle dare importanza al fatto di essere impegnate a pulire, passo dopo passo, tutto quel casino, e dare importanza alla mia entusiastica reazione. Fu allora che vidi entusiasmarsi anche loro.

Uno dei primi a venire fuori con me nell’orto fu un uomo che non scorderò mai. Si chiamava Forrest: aveva circa 45 anni e una storia criminale alle spalle che durava da trent’anni. Aveva subito dieci arresti per aggressione armata e forse una quindicina per guida in stato di ubriachezza. Non si poteva definirlo un individuo raccomandabile, eppure venne fuori con me e si fece un mazzo per pulire la vecchia fattoria che era stata trasformata in discarica. Presto si unì a noi una meravigliosa terapeuta di orticoltura, Arlene Hamilton, così, lentamente, nel 1984, cominciammo a coltivare erbe officinali, con soli 300 dollari che ci dettero lo sceriffo e i suoi amici per comprare alcune cose, e un gruppo di forse dieci giardinieri. Oggi, 160 detenuti vanno fuori tutti i giorni a coltivare un orto di 8 acri. È recintato per via dei cervi, sì, perché abbiamo anche un bel po’ di cervi. Ora possediamo anche utensili e coltiviamo una stupefacente quantità di alimenti che diamo alla mensa dei poveri, a chi si occupa di nutrire gli anziani, ai senzatetto e alle persone malate di AIDS che non riescono a sostentarsi da sole.

La gente mi chiede: “Cosa c’è di speciale in un orto, nel mettere le mani nella terra, che unisce queste persone? Non sarebbe la stessa cosa piazzarle davanti a un computer? Cosa pensi ci sia di così particolare nel fatto di coltivare un orto?”. Beh, la cosa importante da dire è che il coltivare un orto non è per tutti, ma il veder crescere qualcosa dà a molte persone un senso di potere. Quando i detenuti vedono che una discarica di rifiuti diventa un orto e sanno che Alice Waters vuole gli ortaggi che stanno coltivando proprio lì, provano un senso di potere. L’hanno fatto con le loro mani! E questa, inoltre, è un’esperienza che ha per oggetto creature viventi, verdi e belle, provenienti da Madre Natura.

 

Tutto ciò mi riporta alla mente qualcosa che scrisse Wendell Berry nel libro The Unsettling of America. L’autore parla di come, in America, qualsiasi cosa fatta con le mani sia tenuta in scarsa considerazione. Guardo la comunità con la quale lavoro e penso: “Quel che ci manca sono natura e bellezza, la bellezza che possiamo creare con le nostre mani”. Dico a questa gente: “Sentite, sarchiamo le giovani lattughe e vediamo cosa succede. Cresceranno meglio, diventeranno rigogliose e verremo pagati di più perché sono biologiche”. Lavorare per far crescere qualcosa è una metafora. Dico loro anche questo: “Se non mettiamo prodotti chimici in quello che stiamo coltivando, ci pagheranno di più. E questo vale anche per voi: se non mettete eroina dentro di voi, starete meglio. La vostra famiglia stessa starà meglio”. L’esperienza di far crescere qualcosa è un’esperienza di guarigione.

Sono sicura che avete visto tutti Nick Manofredda, il film con Paul Newman nel quale i prigionieri sono costretti a lavorare nei campi, in gruppi, legati con le catene. Sono sempre esistite le prigioni-fattorie ed è molto, molto importante che ai nostri detenuti venga offerta la possibilità di scegliere se lavorare in fattoria e coltivare qualcosa da mangiare, oppure imparare a usare il computer, o ancora apprendere a leggere e a scrivere.

Ho visto tanta, tanta gente come Forrest passare da una lunga serie di condanne a una nuova vita in cui si è diventati bravi coltivatori di ravanelli. Forrest di primo acchito aveva l’aria sinistra perché in lui tutto era sinistro, con quei tatuaggi dappertutto, ma quello che realmente voleva era offrire un mazzo di fiori, perché è molto orgoglioso dei fiori. Questa è una trasformazione. Un simile programma dà speranza a persone che non ne hanno più. È il fatto di lavorare con qualcosa di vivo, come le piante, che dona loro il senso della vita.

Un altro detenuto, di nome Danny, mi disse: “Vorrei andare a lavorare per qualcuno in una fattoria, dedicarmi all’agricoltura come faccio qui. Quando arrivai in questo posto ero come un albero morto. Ho visto cosa può fare l’acqua: se innaffi l’albero e lo nutri bene, questo cresce e dà frutti. Non voglio tornare sulla strada a bighellonare, sprecare il mio tempo e morire.”

Le prigioni sono posti squallidi. La nostra è così deprimente, malgrado il suo bellissimo orto, che sempre mi domando come possiamo tenere delle persone in questa tremenda situazione, in celle orribili, e poi aspettarci che tornino a essere individui normali, capaci di vivere con il resto della società? Le persone con cui lavoro sono i classici tipi che se li incontri cambi strada, perché incutono timore; ma questo programma di coltivazione dell’orto fa capire loro che non sono spaventosi, che fanno parte della comunità.

 

Ho sentito per molti anni che l’avere quest’orto era una cosa bellissima, che potevamo ricavarci generi alimentari, che le vite delle persone stavano cambiando; ma è frustrante rendersi conto di quanto sia meglio, per gran parte della gente del nostro carcere, entrare nel programma orticolo invece di vivere a casa propria, in strada o nei centri di accoglienza per i senzatetto. Per la maggioranza di questa gente il programma orticolo era la migliore esperienza che avessero mai avuto nella vita. Al termine della loro condanna molti venivano da me dicendomi: “Cathy, non voglio andarmene, voglio rimanere qui”; e in effetti alcuni di loro finivano nuovamente in prigione perché volevano tornare al nostro orto. Compresi dunque che avevamo bisogno di un altro programma, fuori dalla prigione, per aiutarli a continuare l’esperienza che avevano avuto con l’orto.

Spesso porto persone del luogo nella prigione a vedere cosa stiamo facendo. Un giorno venne un uomo d’affari del posto, che si chiamava Elliot Hoffman, titolare di una grande panetteria denominata Just Desserts. Si guardò intorno e disse: “Sapete, ho bisogno di tante fragole, voi potreste coltivarle e le potrei comprare da voi.” Personalmente speravo di sentirgli dire: “Vi do un assegno così potrete comprarvi gli attrezzi”, ma egli insistette: “No, no, vorrei veramente comprare le fragole da voi”. Mi invitò alla sua panetteria a Hunter’s Point, dietro alla quale sorgeva una vecchia discarica di circa 2.000 mq: “Potreste portare qui i vostri detenuti a coltivare le fragole,” propose Elliot. Continuavo a guardare la discarica e pensavo tra me: “Ho già tanto di quel da fare alla prigione. Da quest’uomo vorrei davvero soltanto un assegno”.

Fortunatamente per tutti noi, Elliot insistette e, alla fine, decidemmo di iniziare un programma post-rilascio per le persone che uscivano dalla prigione. Oggi i detenuti possono lasciare il programma interno di coltivazione e venire in quest’altro orto di 2.000 mq per continuare a coltivare i prodotti che vendiamo a Chez Panisse, un meraviglioso ristorante di Berkeley. Vendiamo anche tanta frutta a Just Desserts e stiamo facendo affari anche con altri. Abbiamo contatti con The Body Shop, con Esprit, con tutte quelle società che vogliono discutere della nostra intenzione di allargare questa idea che chiamiamo “Progetto dell’Orto”.

Quando lo iniziammo, il terreno apparteneva a una grande società. Dissi loro: “Dunque, signori, avete una discarica di rifiuti in questa zona piuttosto infelice. Vi aiuteremo a ripulirla, vi faremo crescere piante e ortaggi e la vostra proprietà non sarà più un ammasso di macerie”. I responsabili della società risposero: “Guardi, signora, che non siamo un ente di beneficenza. Deve darci 500.000 dollari per la terra”. In qualunque modo la rigirassi, non avrei potuto dare loro neanche un centesimo, così scavalcammo il recinto e cominciammo a creare l’orto. Ora, un simile comportamento sarebbe stato punibile come violazione di proprietà, e allora mi ricordai del mio biglietto da visita sul quale c’era scritto “Assistente speciale dello sceriffo”. Andai da quest’ultimo e gli dissi: “Michael, la società proprietaria del terreno mi ha detto che devo darle 500.000 dollari e ciò che vorrei fare è solo ripulire la discarica e iniziare a coltivare un orto”. Michael replicò: “Fallo, e non dimenticare che non solo dovranno mettere in prigione te, ma anche me”.

 

Ciò che abbiamo in abbondanza, in questa regione, è gente povera e terreni abbandonati. Sono cresciuta a Newark, nel New Jersey, e quando la lasciai, vent’anni fa, c’erano chilometri e chilometri di terra con edifici bruciati. Ora, invece di avere gente disoccupata che sta agli angoli delle strade, questa gente potrebbe coltivare frutta che qualcuno come Ben & Jerry, diciamo, sarebbe interessato a comprare. Si potrebbe fare qualcosa di simile a Newark, oppure a Denver: ciò che importa è riuscire a mettere in connessione la natura e le persone.

Nel mio lavoro alterno momenti di grande speranza a momenti di estrema tristezza. Mi sento triste quando vado alla prigione e vedo così tanti uomini afroamericani, così tanti uomini e donne di lingua spagnola privi di un futuro, che davvero non hanno alcuna speranza. Ed è scoraggiante sentir dire ai poliziotti: “Beh, questo è ciò vogliono”; oppure udire frasi come “Possono fare più soldi vendendo una droga come il crack”. Niente di più falso. La maggior parte della gente che là fuori spaccia droga prende a malapena i soldi necessari per comprarsi la dose personale. Costoro sono su una strada distruttiva, distruttiva per tutti noi. Il crimine ci riguarda tutti, ogni giorno, ed è importante cominciare a guardare quello che accade nel nostro Paese: stiamo creando milioni di persone prive di speranza.

La California spende molti milioni di dollari per costruire prigioni e molti di meno per l’educazione dei bambini. Mantenere una persona in cella costa all’anno 25.000 dollari: potrebbe andare a Harvard!

Lo scorso venerdì parlai al funerale di Donnell, un ragazzo che era entrato nel mio programma orticolo quattro anni fa. Aveva appena compiuto diciotto anni. È stato ucciso da un giovane con il quale aveva litigato: quest’ultimo tornò indietro dopo la discussione e gli fece saltare la testa.

Donnell era uno di quei ragazzi che non volevano lasciare il nostro orto. Mi disse: “Cathy, non voglio uscire da qui. Potrei rimanere?”; e io risposi: “Donnell, non puoi stare in prigione, è… è illegale!”. Donnell continuò: “Cathy, tu conosci un sacco di gente. Puoi manovrare dietro le quinte. Lo sceriffo è tuo amico… Ti prego, chiedigli se posso restare qui”. Allora mi rivolsi allo sceriffo: “Michael, possiamo far restare Donnell? Ha paura di tornare fuori”. Questi rispose: “Cathy, è illegale e la nostra prigione è superaffollata. C’è gente che dorme per terra. Non possiamo tenerlo”. Mentre parlavo al suo funerale, ero consapevole del fatto che molti dei presenti erano ragazzi giovani che sapevano chi ero, e non perché mi avevano sentita per radio o letto di me sul New York Times. Dovunque vado a San Francisco la gente mi si avvicina e dice: “La conosco.” Se sono afroamericani so che mi conoscono attraverso la prigione. C’è qualcosa di sbagliato in questo.

 

La gente mi dice: “Mi sembri molto appassionata a quello che fai. Per te è più che un lavoro. Cosa ti spinge a farlo?”. Ciò che mi spinge a farlo è che i ragazzi e le ragazze che stanno nella nostra prigione somigliano molto ai ragazzi e alle ragazze di casa mia, ai miei figli, a tutti i miei nipoti. Se guardo le statistiche so che mia figlia e mio figlio non hanno un futuro. Parliamo di riforme, di nuove tendenze, di ricostruzione, di speranze e soluzioni. Quando vedo terreni abbandonati e discariche colme di rifiuti penso alle persone che conosco, le quali sarebbero contente di avere l’opportunità di ripulirli. Noi tutti dobbiamo riflettere sul fatto che questi giovani, malgrado gli enormi ostacoli che incontrano, stanno tentando di ricostruire le loro vite.

Quelli che hanno detto “Questo ha un senso” provengono da tutte le parti. Non molto tempo fa ricevetti una lettera dal procuratore capo della California: devo dire che provai un certo timore nell’aprire la busta, poiché pensai di essere stata incriminata. Mi aveva scritto per rivolgermi queste parole: “Cathy, quello che sta facendo è un modello per il rafforzamento della legalità in questo Stato. Lei è una fonte d’ispirazione, così sto inviando informazioni al riguardo a tutti gli uffici dei procuratori capo per convincerli a venire a trovarla.”

La scorsa estate abbiamo ottenuto un contratto per piantare alberi a San Francisco. Da allora ne abbiamo piantati più di 2.000 in città. Le persone che piantano alberi vengono chiamate The Tree Corps e ricevono otto dollari l’ora come compenso. Prima erano spacciatori di crack, vendevano la droga alle donne incinte; ora invece vendono speranza. Quando sono là fuori a piantare alberi, la gente li guarda e dice: “Aspetta un momento. Non devo per forza vendere droga, posso fare qualcos’altro. Se mio zio, mio cugino e mio fratello piantano alberi, posso piantarli anch’io”. Ho una lista d’attesa di persone che vogliono piantare alberi, e dovunque andiamo la gente ci segue. Un giovane venne e mi disse: “Cathy, mi spiace di venire da te in questo modo”. Aveva un Uzi[1] sotto la sua giacchetta e crack nelle tasche, e proseguì: “Non voglio farlo. Voglio piantare alberi”. E io desidero dare a lui e agli altri l’opportunità di piantare alberi, anche perché abbiamo bisogno di alberi. Siete anche voi al corrente del riscaldamento generale del pianeta?

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio da un uomo di nome Burl che era rimasto con noi per circa sei mesi. Quando iniziò a lavorare con The Tree Corps aveva appena smesso di drogarsi con il crack: veniva a lavorare tutti i giorni ma, non avendo dove andare a vivere, dormiva nella sua auto ed era dunque tornato sulla strada per ricominciare a drogarsi. Nel suo messaggio mi chiedeva il permesso, se non ero così arrabbiata da prenderlo in considerazione, di rientrare nel programma. Naturalmente non lo ero.

 

Cathrine Sneed

Marzo - Aprile 1995

(traduzione Mariagrazia De Cola)

 

 

GIOVEDI’ 17 GIUGNO 2010 non mancare all’inaugurazione del primo Agro-Club di Roma!!

 

INVITO AGROCLUB

 

 

 

Settimana di Educazione allo Sviluppo Sostenibile a Casalpalocco (Roma)

L’Associazione SAP partecipa a questa manifestazione organizzata dall’associazione Palocco per Kyoto, allestendo due laboratori per il riuso del legno delle potature degli alberi:

sabato       15 novembre 08 dalle 14 alle 18

domenica  16 novembre 08 dalle 10 alle 13

In via Aristo di Ascalona 10 (traversa di via Gorgia di Leontini) Casalpalocco.

www.paloccoperkyoto.com

 

L’albero è la mia preghiera

Qualche volta mi trovai di fronte a un albero che sembrava un Buddha o un Gesù: amoroso, compassionevole, silenzioso, umile, illuminato, eternamente in meditazione, fonte di piacere per un

pellegrino, di ombra per una mucca, di bacche per gli uccelli, di foglie per il terreno, senza

chiedere niente in cambio, in totale armonia con il vento e la pioggia. Quanto posso imparare da un

albero! L'albero è la mia chiesa, l'albero è il mio tempio, l'albero è il mio mantra, l'albero è la mia

poesia e la mia preghiera.

 

Credo che non vedrò mai una poesia bella come un albero.

Un albero la cui bocca affamata è premuta contro il dolce seno della terra;

un albero che guarda Iddio tutto il giorno e alza le sue frondose braccia per pregare;

un albero che in estate può indossare un nido di pettirossi nei capelli;

sul cui seno si è fermata la neve, che vive in intimità con la pioggia.

Le poesie sono fatte da uno sciocco come me, ma un albero soltanto Iddio lo può fare.

Satish Kumar

 

 

Pianta un albero per l'ambiente e per la pace ENO 2008

La giornata "Pianta un albero per l'ambiente e per la pace ENO 2008" viene organizzata il 21 settembre il giorno dell'equinozio d'autunno, quando la durata del giorno e della notte è uguale; 12 ore di luce e 12 di oscurità. Con l'occasione verrà commemorata anche la giornata Mondiale della Pace delle Nazioni Unite.

Il Progetto ENO - una scuola mondiale on-line per la sensibilizzazione alle questioni ambientali, invita tutti i bambini e i giovani prendere parte ad un evento eccezionale per iniziare un nuovo anno scolastico in modo speciale; piantando gli alberi vicinanza delle scuole e osservando le stelle! Il Progetto ENO - Environment on-line, Department of Education of Joensuu Finlandia, eno.joensuu.fi avviata nel 2000 nel Comune di Eno nella regione della Carelia settentrionale, è un caso di eccellenza nella collaborazione didattica globale. ENO include scuole di tutto il mondo i cui alunni possono confrontarsi per via telematica sui temi dell'educazione ambientale

 

L'albero più antico

L'abete rosso che ha 8.000 anni è l'albero più antico del mondo.

Scoperto in Svezia, vive dall'ultima glaciazione...È una conifera salvata per caso dal taglio delle foreste

Ottomila anni fa, l'Europa era ancora quasi completamente coperta dai ghiacci dell'ultima glaciazione che era da poco terminata, ma qua e là alcune aree particolarmente battute dal sole davano modo alla vegetazione di conquistare propri spazi. In un angolo sperduto al confine tra la Svezia e la Norvegia semi di pecci, una conifera sempreverde, attecchivano tra le rocce. Da essi sarebbero nati rigogliosi alberi che sono sopravissuti fino ai nostri giorni.

Uno di essi è stato recentemente datato da Leif Kullman, botanico all'università Umea (Svezia), che spiega:

"Abbiamo trovato il gruppo di alberi nel centro della Svezia, in un luogo che solo per puro caso non è stato interessato dal taglio che interessa le foreste della regione.

L'intento era quello di capire come quelle piante fossero in grado di resistere alle severe condizioni invernali dell'area. Tra gli studi eseguiti abbiamo fatto datare al carbonio 14 in un laboratorio specializzato di Miami (Florida) le radici più antiche di una delle piante. Con sorpresa abbiamo appreso che esse hanno un'età di 8.000 anni. La scoperta fa di questo albero, e probabilmente del gruppo a cui appartiene, il più antico organismo vivente oggi conosciuto".

Fino ad ora l'albero più antico noto ai botanici era "Matusalemme", un pino Bristlecone che vive vicino Las Vegas, sulle pendici della White Mountains, il quale ha un'età che si aggira attorno ai 5.000 anni. Altri alberi monumentali vecchi di migliaia di anni sono noti in Iran, dove un cipresso ha superato i 4.000 anni d'età, in Cile dove un'altra pianta simile ha compiuto i 3.600 anni. Alberi da 2-3.000 anni sono poi innumerevoli e presenti un po' in tutto il mondo.

In Italia il censimento degli alberi monumentali è stato realizzato dal Corpo forestale dello Stato che ne ha individuati circa 150. Dal lavoro si scopre che l'albero più antico della nostra penisola vide gli uomini che costruirono i nuraghi sardi, con un'età che si aggira attorno ai 3.000 anni. Si tratta dell'oleastro di San Baltolu di Luras, in provincia di Sassari. Dal punto di vista scientifico si tratta di un Olea europaea oleaster, in altre parole un olivo selvatico. Un esemplare di 15 metri di altezza e 11 metri di circonferenza. E' stato datato contando gli anelli di accrescimento. Questo progenitore dell'ulivo è oggetto di ricerca, perché si sta tentando di clonarlo.

Al momento una cinquantina di piantine contengono nel loro Dna metà del patrimonio genetico dell'albero di San Baltolu e metà di una sua figlia di circa mille anni. Nel Parco dell'Etna, nel comune di Sant'Alfio, è nota l'esistenza del vecchissimo "Castagno dei cento cavalli". Avrebbe un'età compresa tra i 2 e i 3.000 anni, anche se alcune analisi sostengono che sarebbe ancora più antico dell'oleastro sardo.

Purtroppo molte piante monumentali sono state spostate in giardini di grandi ville, causandone, a volte, la morte. Fino a pochi anni fa, infatti, solo Marche, Alto Adige ed Emilia Romagna "proteggevano" gli alberi monumentali, ma proprio nel 2008 il Ministro delle politiche agricole e forestali, Paolo De Castro, otteneva l'approvazione, da parte della Commissione ambiente del Senato, della norma secondo la quale "Gli alberi monumentali saranno protetti dal Codice dei Beni Ambientali e Paesaggistici". Un passo fondamentale per proteggere alberi che per i veloci cambiamenti climatici in atto potrebbero risentire conseguenze, più gravi di tutte le avversità ambientali subite da millenni a questa parte.

Luigi Bignami  www.repubblica.it

 

 

 

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[1] Fucile mitragliatore israeliano. (N.d.T.)