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ARTICOLI NOTIZIE E PENSIERI VERDI
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LE PIANTE POSSIEDONO UNA MEMORIA? SONO IN GRADO DI
“SENTIRE”? Estremamente
interessanti si sono dimostratigli esperimenti condotti da Cleve Backster e Peter
Tompkins, entrambi scienziati che hanno studiato le piante per arrivare a
constatare alcune cose a dir poco sorprendenti…. Cleve
Backster è stato tra gli esperti più rinomati nell’uso della macchina della
verità. Nel 1966 ebbe l’idea di applicare gli elettrodi di una di queste
macchine ad una pianta d’appartamento per vedere se si manifestassero delle
reazioni. Scoprì così alcune cose estremamente sorprendenti… Mentre
eseguiva i suoi esperimenti pensò: “Darò fuoco ad una foglia della
Dracena!”ma nello stesso momento in cui formulò questo pensiero ed ancora
prima di prendere in mano un fiammifero, il plotter di misurazione segnalò
un’impennata! Lo scienziato uscì dalla stanza e quando rientrò tenendo in
mano i fiammiferi, l’apparecchio registrò una nuova oscillazione. È
possibile che le piante pensino? E se la risposta è affermativa, come fanno
le piante a recepire i pensieri umani? Le piante ricordano
le persone Un
giorno un fisiologo canadese fece visita al laboratorio di Backster per
osservare le reazioni delle piante, ma le piante restarono mute. Alla domanda
del fisiologo, se egli avesse qualcosa a che fare con la distruzione delle
piante, Backster rispose: “Sì, le metto a seccare in un forno per
determinarne il loro peso a secco.” Evidentemente le piante lo sapevano e
quindi si erano finte morte. “I
pensieri sono una forma di energia. La
fisica ci insegna che l’energia non può andare perduta. Nasce
quindi la domanda: dove va l’energia dei nostri pensieri?” È verosimile che le piante pensino? Sono in
grado di ricordare episodi del passato?
Di
grande effetto furono poi ulteriori esperimenti: -
una pianta scoprì l’età di un uomo; -
le piante ricordarono degli episodi accaduti e
riuscirono a trovare esattamente la persona giusta… Le piante sono in grado
di pensare Backster
ricevette un giorno la visita di un giornalista. Con l’aiuto del suo
galvanometro che aveva collegato ad un Filodendro (pianta rampicante), volle
scoprire l’anno di nascita del reporter. Backster elencò una serie di anni ai
quali il giornalista doveva, come d’accordo, rispondere ogni volta con un
monotono “no”. A test terminato Backster lesse il risultato del diagramma: la
pianta aveva percepito esattamente quando il reporter aveva mentito scoprendo
così quanti anni egli avesse. Le piante
possiedono una memoria? Esperimenti
analoghi sulle piante sono stati effettuati nell’ex Unione Sovietica. Gli
studiosi di Akademgorok sono certi che le piante abbiano una memoria! Secondo
loro infatti, esse sono in grado di memorizzare impressioni/sensazioni per un
periodo di tempo considerevole. A questa conclusione giunsero in seguito ad
un esperimento compiuto su una pianta di Geranio, che era stata maltrattato
da un uomo il quale aveva inciso alcune foglie con un ago, le aveva poi
cosparse di acido oppure le aveva bruciate. Un altro uomo invece, si era
preso cura di lei in modo molto amorevole: la bagnava, smuoveva il terriccio
e curava le sue ferite. Al termine di questa terapia da shock, la pianta
venne collegata alle apparecchiature di misurazione… Non appena le si
avvicinò il suo torturatore, il plotter iniziò a scrivere in modo
incontrollato - essa fu presa letteralmente dal panico. Quando invece questi
si allontanò e le venne incontro il suo benefattore, la pianta si calmò
rapidamente. Le piante possono
ricordare episodi del passato? In
un altro laboratorio sei studenti bendati tirarono a sorte. Ad uno di essi
toccò il compito di recarsi nella stanza adiacente dove si trovavano due
piante: egli dovette estirpare e calpestare una delle due. La cosa doveva
avvenire in segreto e, oltre alla seconda pianta, non dovevano esserci altri
testimoni. La pianta fu quindi collegata ad una macchina della verità e gli
studenti furono fatti entrare singolarmente nella stanza. Davanti a cinque
studenti la pianta non dette alcun cenno di reazione, ma non appena si
avvicinò il “colpevole”, il galvanometro sussultò notevolmente. “É
un dato di fatto che l’uomo possa comunicare con le piante, in quanto sono
esseri viventi collegati a noi attraverso i campi morfici. Ci possono
apparire sorde, mute e cieche, ma non c’è alcun dubbio sul fatto che le
piante siano esseri estremamente sensibili in grado di percepire anche i
sentimenti umani.” Dott.
Marcel Vogel Le piante crescono
meglio con la musica ed hanno imparato a contare. I
sensazionali risultati di questi esperimenti indussero 7000 scienziati a
richiedere a C. Backster la relativa documentazione. Numerosi scienziati
iniziarono a loro volta a condurre esperimenti sulle piante ed aumentarono
quindi le notizie del tipo: “un albero inizia a tremare se si avvicina il
tagliaboschi”, oppure “le carote reagiscono impaurite alla vista di un
coniglio”, e ancora “le piante crescono meglio se ci si rivolge loro in modo
gentile”. Le
piante crescono meglio con la musica. Il
prof indiano T.C.N. Singh, fornì la prova che i fiori e perfino campi interi
“trattati” periodicamente con la musica, crescono in modo molto più
rigoglioso, sia a livello delle piante stesse che dei loro frutti. Nei suoi
esperimenti egli “inondò” le sue piante da vaso con onde sonore e constatò
una cosa sorprendente: dopo otto settimane di musica le foglie erano
aumentate del 22% ed i fiori del 52%! L’esperimento consisteva nel
trasmettere della musica per mezz’ora al giorno con l’aiuto di un giradischi
ed un altoparlante, e fu inoltre possibile concludere che vi sono differenze
anche in base al genere di musica. Se da una parte infatti, esse mostrarono
decisamente di gradire la musica classica, quella jazz, rock e country si
dimostrò invece inibitrice della crescita. Le
piante hanno imparato a contare. I
coniugi Hashimoto sono riusciti ad insegnare ad un cactus a contare ed a
sommare fino a venti. Alla domanda quanto fa 2x2 ad esempio, la pianta
rispose con dei toni che, una volta decodificati, diedero luogo a quattro ben
distinte oscillazioni, una accanto all’altra. Un
cactus modificò la sua forma convinto da qualcuno a farlo. Uno
dei ricercatori più di successo, l’americano Luther Burbank, parlava alle sue
piante come fossero sue buone amiche. Così facendo, egli riuscì ad ottenere
un cactus privo di spine.Burbank confidò al famoso Yogi Paramahansa
Yogananda, di parlare spesso con le sue cactacee per avvolgerle in un’aura di
amore, dicendo loro: “non dovete avere paura, non avete bisogno delle vostre
spine perché io vi proteggerò.” Ci
vollero anni ma alla fine Burbank poté sfoggiare il suo cactus senza spine. Ulteriori
esperimenti dimostrarono che le piante e le persone che si prendono cura di
loro, sono legate da un rapporto molto stretto che permane anche a distanza.
Una conoscente di Backster fece un viaggio di Che spiegazione
dare a questi esperimenti? Già
nella newsletter precedente, nella quale abbiamo parlato dell’acqua e degli
esperimenti di Masaru Emoto, avevamo detto che i pensieri sono una forma
particolare di energia. Si tratta di un’energia molto sottile, invisibile
all’occhio umano ma misurabile con apparecchiature specifiche; il primo a
farlo fu nel 2002 il Prof. Roger Nelson dell’Università di Princeton negli
USA. Le
piante, gli uomini e gli animali, sono collegati tra loro attraverso i
cosiddetti campi morfici. Il biologo H.C. Waddington, dedusse dalle sue
ricerche sui campi morfogenetici che “la natura possiede una memoria” ed il
naturalista Rupert Sheldrake confermò questa asserzione con i risultati delle
proprie ricerche: “esiste un collegamento di tipo telepatico che unisce tra
loro tutti gli esseri viventi.” Per
ulteriori informazioni sui campi morfici, visitate il nostro sito
www.creativpower.it Paul
Kircher e Eleonora Brugger Responsabili
di CreativPower Italia San
Pietro Mezzomonte 40 I-39040 Velturno (BZ) CASA SUGLI ALBERI Intervista
con Stefano La Rocca Com’è nata l’idea
di lavorare sull’idea di casa sull’albero? Quando ero piccolo, sfogliando le riviste
di architettura che giravano per casa, disegnavo case volanti, o case su
pilotis, come quelle di Le Corbusier. Da studente, quando ho visto la prima
volta Falling Waters, ho pensato all’architettura organica come a un nuovo
modo di costruire dove architettura e natura si compenetrano e, nella loro
diversità, si rispettano e collaborano all’evoluzione della vita. In seguito
abbiamo riletto Calvino, “Il barone rampante“ cui il nostro gruppo ha inteso
emblematicamente ispirarsi. Costruendo con le nostre stesse mani e lavorando
tra gli alberi e con gli alberi, ne abbiamo studiato e capito la
straordinaria vitalità, forza, tensione, i messaggi che ci trasmettevano. Da
qui l’avvio di una ricerca, di una sperimentazione che ci ha portato sempre
di più ad affinare le tecniche e a esplorare il panorama internazionale che
si muoveva intorno a queste esperienze. In ciò incoraggiati dal fatto che
abbiamo subito “fatto notizia”, vista l’inaspettata risonanza che la nostra
attività ha trovato sulle principali testate nazionali, su riviste specializzate
internazionali, sul web e altri media. Quasi ci fosse una diffusa, latente,
attesa. Qual è
l’immaginario che sta dietro a questa idea? Il
nostro lavoro vuole essere un invito a oltrepassare il confine, non nella sua
consueta dimensione orizzontale, da sempre legata all’esigenza umana di
delimitare lo spazio, bensì nella dimensione verticale, affascinante e
magica. Il tema della connessione dell’uomo con la natura e il paesaggio va
dunque visto nella sua duplice identità: del confine e del sogno. Il nuovo
stato percettivo altera la nostra coscienza avvicinandoci alla dimensione
onirica che, in quota, viene a trovarsi in nuovi punti di vista che ci
relazionano con realtà solitamente inaccessibili e celate. Riconnettere
l’uomo con il suo ambiente è la prima responsabilità di un architetto. Come
è possibile che l’ architetto, che si occupa di trovare l’habitat più idoneo
per un insediamento, non faccia caso alle connessioni che abbiamo con l’
ambiente che ci circonda? E se l’albero diventasse una componente essenziale
dell’insediamento umano? Quello che l’uomo ha dimenticato, la connessione tra
gli esseri animali e vegetali che popolano la terra, l’architetto non può
dimenticarlo. Come la
concretizzate? Il
primo passo è il sopralluogo sull’area, l’individuazione della pianta, o
delle piante, e l’esame visivo delle stesse. Successivamente si passa alla
fase delle verifiche tecniche, anche per mezzo di prove strumentali,
l’analisi dendrostatica in particolare, necessarie per poter garantire la
stabilità, accertare lo stato fito-sanitario della pianta, certificare la
portanza specifica delle parti di struttura arborea interessate dai carichi.
Soltanto dopo queste indagini preliminari inizia la progettazione esecutiva,
che segue un attento rilievo geometrico dell’albero scelto. È l’albero, con
la sua chioma, con la sua conformazione, con i suoi punti di forza a
suggerire la “forma” della casa che si dovrà realizzare. Infine: il cantiere.
Noi non ci limitiamo alla sola progettazione, ma siamo sempre presenti in
tutte le fasi della realizzazione in cantiere, in cui interveniamo sia per la
direzione lavori che per la messa in opera degli elementi costituenti le
nostre strutture. Realizziamo
strutture eco-compatibili, con materiali biodegradabili e di recupero che in
seguito potranno essere riutilizzati ancora. Sospendiamo le nostre strutture
agganciandoci alle branche superiori con fasce di carico che salvaguardano
l’albero senza in alcun modo scalfire, invadere, penetrare il fusto e i suoi
rami. Facciamo
attenzione allo spreco di risorse naturali, e quindi il recupero delle acque
piovane e l’utilizzo di pannelli fotovoltaici sono fattori che in fase progettuale
teniamo in altissima considerazione. In
prevalenza usiamo il legno, uno dei materiali edili più sani. Gli impregnanti
sono di natura minerale. Le vernici sono vegetali. Ma gli alberi
saranno contenti di ospitare una casa? Sì
se li tratti con rispetto. Ogni tipo di relazione che funzioni bene è
caratterizzata da uno scambio di cure, attenzioni e protezione dell’altro. Molti architetti (e
non) si sono cimentati con questa idea, sono esperienze che considerate nella
progettazione? Non
ci risulta che ci siano, In Italia, organizzazioni tecnico-professionali
totalmente dedicate allo studio e alla progettazione di strutture sospese e
immerse negli alberi. Almeno nel senso che intendiamo noi: non si tratta di
riproporre la fiabesca e romantica casetta di legno nel bosco o le maestose
baite montane circondate da abeti e betulle. Continua
sul n° 4 di Nemeton- http://www.nemetonmagazine.net/blog/?p=762 INDIA, IL VILLAGGIO CHE PIANTA ALBERI Sadhana Forest è
una villaggio ecocompatibile nato nel 2003 nella regione del Tamil Nadu, nel
Sud dell’India. La
sua missione? Piantare alberi ed educare i bambini del posto a vivere
rispettando il loro territorio. La
prima cosa che si nota entrando nel villaggio Sadhana Forest, nel sud
dell’India, sono gli alberi. Piccoli e accatastati un po’ ovunque. Pronti per
essere piantati: come quelli di un vivaio. Poi, non appena si incontra uno
dei simpatici abitanti del villaggio tutto diventa più chiaro. E l’unico
luogo “urbano” al mondo che al posto di espandersi costruendo case e
togliendo spazio alla foresta, si allarga mettendo tutti quegli alberi nella
terra. Pronti per crescere e creare un nuovo bosco. Tutto intorno. Sadhana
Forest nasce nel 2003 da un idea di Yorit and Aviram Rozin in una zona arida
a pochi chilometri da Auroville, la città universale, nella regione del Tamil
Nadu. Settanta acri completamente vuoti che nel giro di un anno sono
diventati un villaggio internazionale ecosostenibile. In sette anni sono
stati piantati 20.500 alberi appartenenti a 150 specie indigene diverse. Qui
è tutto autoprodotto con materiali recuperati nella zona: le case, la piscina
(sì c’è anche una piscina), gli spazi comuni. Ogni settimana ai circa 70
abitanti fissi si uniscono gruppi di volontari che voglio condividere uno
stile di vita rispettoso dell’ambiente. Si
mangia cibo vegano, ci si riscalda e si produce energia solo con pannelli
solari. Poi ci sono le classi di yoga e di qualsiasi altra disciplina
olistica. Le auto? Neppure a pensarci. Ci si sposta solo a piedi o in
bicicletta: nel villaggio c’è anche un servizio di bike sharing. Ma
non pensate subito a un paesino “fighetto” e alternativo a tutti i costi
popolato solo da europei e americani. Magari stanchi dei ritmi cittadini.
Sadhana Forest non è questo. Soprattutto perché in questi anni ha coinvolto
migliaia di bambini e ragazzi locali per educarli a rispettare il loro
territorio. L’idea
è quella di riportare in vita un’area dimenticata. E poi ci sono i workshop,
l’Eco film festival, la meditazione, la vita comunitaria. A volte basta
guardare i bambini per capire che Dio è tornato. Anche qui. Fonte:
city.corriere.it Sotto il pino silenzioso il vento di giugno mi disse... Un
giorno mi incamminai per un viottolo sassoso che si inerpicava lungo il crinale
di una piccola montagna, quando vidi una radura di verde accesa che sembrava
aspettare solo la mia presenza. Una carovana di profumi trapassò tutto il mio
essere. Mi
sedetti sotto un pino maestoso, nato dalla secca terra. “Privo
di paura e di credo vivi nella consapevolezza di ciò che non muta, senza
curarti di essere coerente. Sii te stesso con coraggio e avrai scalato la
montagna più alta. Spontaneamente, allora, conoscerai Dio. Come
il vento carezza i rami del salice, la pura spontaneità ti guida verso le
verità senza nome. Privo di pregiudizi e di rancori vivi nella gioia dello
spirito che niente e nessuno può scalfire. Sii luce e sentiero del tuo
cammino, e considera ogni scrittura come un dito che ti indica la luna, come
un simbolo della verità. Ma
non credere mai ciecamente in dogmi religiosi. Poiché niente che non venga
vissuto può dare fuoco vitale alla tua fede. Abbandona la paura e avrai
esperienza dell’Assoluto. Abbandona
l’ipocrisia di ogni religione. Senza nasconderti dietro altari o parole o
rivelazioni di sconosciuti, sappi che credere in qualcosa è facile e comodo,
ma non può portare alla verità, a meno che non sia un abbandono alla pura
coscienza senza limiti. Al vuoto di questo momento.” Fra
i rami si alza il soffio del vento. Quanto è prezioso il silenzio. Come lo
spazio che si dilata in materia informe nelle pieghe infinite del tempo, e
poi divampa in mezzo all’inutile frastuono dell’ignoranza come una sorgente
zampillante di vivissima luce. E scorre riempiendo ogni senso, e ti abbraccia
come una fiamma che non brucia, come la tenebra invernale. E
tutto sembra pregare, e respirare lentamente in quell’attimo interminabile.
La foresta diventa un immenso lago di cristallo, e i rami ondeggiano e si
piegano dolcemente, ripetendo il sacro canto della vita. I
fumi della sera affondano nella terra umida e vibrano nelle radici e tornano
in alto. E tutto respira, e sogna, e di nuovo in me vive. Quando
tu dormi sognando il mare e i profumi di terre assolate, calano le bianche nebbie
e soffoca la natura i suoi ancestrali gridi sommersi nelle oscure grotte. I
gabbiani seguono le rotte dei tuoi sguardi e il cielo, e il mare, sono
fratelli dei tuoi pensieri. “Che
il dolce sussurrare della foresta sia la tua ombra, e serena e limpida come
acqua di torrente sia la tua vita. E non esser mai sazio, mai, di tale
nettare.” A
volte mi sembra che il cuore non possa sopportare l’incanto di questa notte.
Eppure l’orizzonte è proprio sotto i miei piedi. Ma
certo! A tu che desideri sempre terre lontane. Se vuoi l'orizzonte, fermati. A
tu che cerchi la saggezza. Se vuoi la Verità, ascolta. Articolo
di David Ciolli - Redazione di Promiseland.it 2011 Anno
Internazionale delle Foreste Il 20 dicembre 2006,
l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione
proclamando il 2011 Anno Internazionale delle Foreste per sostenere l’impegno
di favorire la gestione, conservazione e lo sviluppo sostenibile delle
foreste di tutto il mondo. Le foreste sono parte integrante dello sviluppo sostenibile
globale: le attività economiche legate alle foreste influiscono sulle
condizioni di vita di 1 miliardo e 600 milioni di persone in tutto il mondo;
inoltre sono fonte di benefici a livello socio-culturale e costituiscono il
fondamento del sapere delle popolazioni indigene; infine, come ecosistemi, le
foreste giocano uno ruolo fondamentale nel proteggere la biodiversità e
nell’attenuare gli effetti del cambiamento climatico. Per saperne di più cliccare qui “Gli alberi sono liriche che la terra scrive sul
cielo. Noi li abbattiamo e li trasformiamo in carta per potervi registrare,
invece, la nostra vuotaggine” Kahlil Gibran "L'albero è molto piu' di un seme, un
germoglio, un tronco vivo e poi un legno morto. L'albero e' una forza lenta e
persistente alla conquista del cielo". Antoine de Saint-Exupéry LE ENERGIE POSITIVE DEGLI
ALBERI "Fai che le mie mani rispettino le cose che tu hai fatto, che le mie orecchie siano attente alla tua voce. Rendimi saggio, affinché possa conoscere le cose che hai insegnato al mio popolo, le lezioni che hai nascosto in ogni foglia e in ogni pietra. " (Preghiera
amerinda) Universalmente l'albero rappresenta
uno dei simboli della Natura ed è considerato il portatore di qualità come la
forza, la saggezza e la fertilità. Dall'albero della
conoscenza del bene e del male nella tradizione biblica, all'albero della
Vita nella tradizione cabbalistica, agli alberi presenti nelle mitologie
indo-americane, africane e orientali, ovunque vi sia umanità viene riservato
un posto d'onore a questo essere vegetale. Anche ognuno di noi
intrattiene una relazione personale con gli alberi, che rispecchia il nostro
modo di porci nei confronti della Natura. Chi considera gli alberi una fonte
di produzione e profitto. Chi si interessa agli alberi in maniera analitica,
cercando di comprendere come crescono e si riproducono. Chi invece li
considera esseri magnifici a cui volgersi per trovare rifugio e bellezza. Chi
li vede come amici e se ne cura. Chi fa scambi energetici con loro
sapendo che se ne possono trarre benefici e chi, infine, vede l'albero come
una creatura trascendente che gli permette di accedere al divino. In ogni caso, è possibile
sviluppare una percezione autentica degli alberi e per farlo occorre soltanto
uscire dai pensieri abituali. Sedersi accanto a un albero che ci attira,
durante una passeggiata in un bosco, chiedergli dal nostro piú profondo
essere di ospitarci per un po' di tempo, riconoscere che è un essere vivente
e misterioso, prendere coscienza della sua presenza utilizzando tutti i
nostri sensi, entrare in comunicazione con lui attraverso il respiro e
percepirne il campo energetico, è una pratica semplice che richiede solo
sensibilità e amore nei confronti della Natura. Ogni specie d'albero
possiede la propria forma distintiva e qualità particolari, che è possibile
scoprire quando si penetra nel loro campo energetico da cui inconsciamente si
ricevono informazioni. Si sente anche che l'albero con cui si è entrati in
contatto agisce sugli stati d'animo. Ogni albero esprime una
qualità che condivide con tutti gli individui della stessa specie. E'
possibile identificare le qualità della specie grazie all'osservazione$ delle
caratteristiche fisiche dell'albero, la forma del tronco, dei rami, la
corteccia, le foglie e lo studio del suo comportamento all'interno
dell'ecosistema. Ricerche sperimentali e
anni di vita a contatto con gli alberi hanno portato ad identificare nove
specie di alberi dalle qualità particolarmente benefiche, che migliorano il
vissuto quotidiano, aiutano a liberarci da blocchi e favoriscono il contatto
con il nostro io interiore. La betulla, albero dal
tronco liscio e bianco, con le sue foglie leggere, esprime la qualità della
dolcezza. Quando abbiamo subito uno shock, un dolore, un trauma, quando
sentiamo durezza in noi stessi o riconosciamo il bisogno di tenerezza e
amore, l'energia della betulla ci viene in aiuto. Il faggio esprime la
qualità della serenità ed è di grande utilità quando ci si sente deboli,
sfiduciati, impauriti o timidi per mancanza di fiducia in se stessi. Il biancospino favorisce la
centratura, la capacità di superare i momenti di confusione e di dispersione,
di stress, in cui è piú facile perdere il contatto con noi stessi e sentirsi
disorientati. L'abete facilita la
respirazione e rende più fluidi. Questo albero elegante, verticalmente
proteso al cielo, ci mette in contatto con ritmi forti e grandi. E' un amico
a cui rivolgersi quando fatichiamo a respirare e vogliamo trovare sollievo o
collegarci a una dimensione piú ampia e spirituale della Vita. La rosa canina è il fiore
dell'apertura e del rilassamento. I fiori della rosa canina infatti si aprono
di continuo e quando sono totalmente aperti i petali si staccano, senza
rimpianto perché subito dopo altri fiori sbocceranno e si apriranno per tutto
il periodo della fioritura. L'albero della rosa canina favorisce l'apertura
di alcune parti bloccate e la liberazione da limitazioni che non servono piú
al nostro processo di crescita. Il pino marittimo è
l'albero della luce. Ravviva gli organi in ipo-funzionamento, rivitalizza nei
momenti di fatica e permette di sentire la Vita anche nelle circostanze piú
dolorose e scure, in caso di depressione, apatia e scoraggiamento. Il bosso porta in sé la
qualità della liberazione e favorisce pertanto il lasciar andare. Aiuta a
comprendere le somatizzazioni fisiche dovute a un problema esistenziale e nei
problemi di ritenzione e d'accumulazione, a liberaci dagli schemi ossessivi
che ci bloccano e sembrano ormai sedimentati in noi. La ginestra è la pianta
della rinascita e del rinnovamento, utile per riprendere le energie in
seguito a convalescenze e per ritrovare le forze e la giusta apertura al
futuro dopo aver attraversato difficoltà e prove. Favorisce la rinascita del
sole interiore e della speranza. Il noce, infine, esprime la
qualità della responsabilità. Il contatto con il noce puó far emergere
memorie sopite nel nostro inconscio, stimolare l'autonomia da modelli
esteriori e la presa di responsabilità nei confronti di se stessi. Il passo successivo
all'individuazione delle caratteristiche energetiche degli alberi è stata la
creazione di oli, preparati in modo da assorbire e trasmettere le loro
qualità vibratorie. Anche nel caso
dell'utilizzazione degli oli avviene lo stesso processo: le qualità
dell'albero, veicolate dall'olio, entrano in risonanza con i nostri corpi
energetici, producendo effetti benefici ed armonizzanti. Qualunque sia la
qualità da sviluppare, questa esiste già in ogni essere umano, forse rimasta
latente o inutilizzata troppo a lungo. Mettersi in contatto diretto con gli
alberi o applicare un olio sulle zone dolenti del corpo o sui chakra,
facilita per risonanza il risveglio e la presa di coscienza di quella stessa
qualità in noi e ci sostiene nel processo di trasformazione e guarigione. di Anna Poletti Il mini orto da terrazzo Sarà una moda, la voglia di
mangiare sano, la passione per il giardinaggio. L’ultima tendenza delle
metropoli è quella di coltivare l’orto in casa propria: balcone o terrazzo,
non fa differenza. Chiunque può crearlo, anche
sul davanzale di un appartamento al ventesimo piano. Basta un buon concime e
un po’ di passione. Come insegna il grande chef Jamie Oliver, che racconta di
aver cresciuto patate in uno stivale di gomma, insalata in una busta di
plastica, la rucola in una grondaia e i fagioli in un secchio. E così si impone, da Milano
a Roma, la moda importata dagli USA dell’orticoltura urbana: un hobby che si
trasforma in stile di vita all’avanguardia, da sperimentare anche in pochi
metri quadri. Sono ormai decine di
migliaia le persone che hanno piantato sul balcone pomodori, patate e carote
e non vedono l’ora di rientrare dal lavoro per innaffiare le verdure e
cucinarsi qualcosa di buono, coltivato con le proprie mani. I “contadini metropolitani”
si godono ortaggi freschi, staccano la spina dallo stress lavorativo e si
immergono in un angolo di natura per dedicarsi alla terra. Come spiegano i
cromoterapeuti i colori influenzano l’umore: potersi svegliare e ammirare il
verde delle zucchine o il viola delle melanzane offre la possibilità di
condizionare positivamente lo stato d’animo. Per iniziare Al momento dell’acquisto
verificare che l’etichetta della pianta riporti le seguenti informazioni:
data della semina, modalità di coltivazione ed eventuali trattamenti
fitosanitari. Il costo di ciascuna piantina varia da 1,50 a 2,50 euro. Le coltivazioni più
indipendenti dal clima e che non richiedono troppa cura sono i tuberi e i
legumi. Ottime le piantine di aromi acquistabili anche nei centri
commerciali. Ortaggi e verdura
necessitano di maggiori cure e attenzioni. Il pollice verde è
necessario per cimentarsi con la frutta. Sulla base dei dati
Coldiretti: le erbe aromatiche più
richieste sono: basilico, prezzemolo, mentuccia, salvia, rosmarino e origano
tra i prodotti da orto prima l’insalata (semplice da coltivare, garantisce il
raccolto un mese dopo la semina) poi pomodori, fagiolini e melanzane. www.wellnesscucina.com L'orto in città di Luigi
Carcone L'Airone editrice Roma ORTI
SCOLASTICI DALLO SWAZILAND Sono orfani oppure
abbandonati dai genitori, 26 giovanissimi il cui futuro sarebbe la strada nei
pericolosi slum di Mbabane nello Swaziland. Ma grazie al progetto Junior
Farmer Field and Life Skills patrocinato dalla Fao, questi ragazzi della
Boyane Primary School, finite le lezioni, coltivano in appezzamenti comuni e
individuali frutta e verdura, anzichè vagabondare per la periferia cittadina. Questa esperienza formativa
consente ai ragazzi di apprendere le tecniche essenziali dell’agricoltura e
di contribuire alla sicurezza alimentare delle proprie famiglie. Chi non è
orfano infatti vive con i nonni molto anziani in difficili condizioni
economiche. Joyce Mkhaliphi,
responsabile del progetto, spiega : «Dagli orti individuali i ragazzi
coltivano ortaggi da portare a casa, i prodotti del terreno in comune sono
invece venduti nella comunità per reinvestire i proventi in altre iniziative
di questo tipo». Joyce infatti ritiene che
presto le attività dei ragazzi potranno essere implementate con allevamento
di pollame oppure di bovini per la produzione casearia. I ragazzi coinvolti nel progetto
hanno dai 12 ai 18 anni e hanno incontrato l’apprezzamento del direttore Fao
Jacques Diouf: «Questi giovani sono nati durante la grave crisi agricola
degli anni Novanta, quando i loro genitori hanno dovuto abbandonare le
campagne per andare a ingrossare le fila dei disoccupati nelle città. Grazie
a queste iniziative i ragazzi possono imparare un mestiere importante e
contribuire alla rinascita dell’agricoltura, fondamentale per l’economia e la
sicurezza alimentare del Paese». Fonte :Inter Press Service Luca Bernardini l.bernardini@slowfood.it UN ORTO IN
PRIGIONE In
una prigione di San Francisco le discariche vengono trasformate in orti e i
detenuti piantano alberi. Ho
trascorso molto tempo in prigione, come consulente in servizio attivo per le donne
detenute. Il mio compito era quello di aiutarle a trovare modi di vivere
diversi rispetto a quelli che avevano seguito fino ad allora. La
maggior parte di loro era dentro per uso, possesso o vendita di droga; altre
venivano dal mondo della prostituzione, e molte avevano dei bambini. Queste
donne desideravano credermi quando dicevo loro che esistevano altri modi di
vivere, ma la realtà era che non avevano ricevuto alcuna istruzione. A San
Francisco facciamo dei test a chiunque entri in prigione: il livello medio di
lettura è quello delle prime classi elementari, e gran parte di quelli che si
trovano qui da noi non ha mai avuto un lavoro. Così, sebbene queste donne
volessero rispondere: “Sì, Cathy, crediamo in quello che dici, noi possiamo fare qualcos’altro delle
nostre vite”, la loro condizione era davvero pessima. Dopo
avere lavorato parecchi anni a stretto contatto con a queste donne,
scoraggiata riguardo alle loro situazioni, scoprii di soffrire di un serio
disturbo renale. Avevo 28 anni, e due bambini piccoli, quindi fu per me uno
shock sentire il dottore che mi diceva: “Non va per niente bene, il tuo
organismo non risponde ai farmaci. Puoi rimanere a morire qui in ospedale,
oppure puoi scegliere di morire a casa”. Proprio
poco prima che il dottore mi dicesse questo, un amico mi aveva regalato il
libro Furore di Steinbeck. Lo lessi, e rimasi colpita da ciò che
l’autore affermava: per sentirsi davvero vive, queste persone dovevano
ritrovare la connessione con il suolo, con la terra. Essendo cresciuta a
Newark, nel New Jersey, io non avevo certo avuto molto contatto con la terra.
Mentre mi trovavo in ospedale mi venne in mente che, visto che la prigione di
San Francisco è stata costruita su una zona in cui, nel 1930, sorgeva una
fattoria di Fui
fortunata, perché tutti pensavano che avrei tirato le cuoia presto, e quando
il mio caro amico, Michael Hennessey, il nostro sceriffo, venne a trovarmi in
ospedale, disse: “Sì, Cathy, se vuoi portarli fuori a coltivare, bene. Perché
non lo fai?”. Lo disse perché sapeva che stavo per morire, ma nel frattempo
avrei avuto un’occasione per sentirmi meglio. Beh, non morii, e quando uscii
dall’ospedale mi installai, con quattro detenuti, nella vecchia fattoria. Mi
sarebbe piaciuto che aveste visto le loro facce quando dissero: “Cos’è che dobbiamo fare qui?”; e io
risposi: “Bene, inizieremo con il pulire questo casino”. Così
cominciammo a pulire. Per vent’anni la vecchia fattoria era stata adibita a
magazzino del dipartimento di polizia: ci vollero tre anni per ripulirla per
bene, e lo facemmo senza attrezzi e senza carriole. I giardinieri del carcere
demolirono i vecchi edifici letteralmente con l’uso delle mani soltanto: non
avevano né giacche né impermeabili, indossavano le magliette e i vestiti
leggeri che passava loro la prigione, e le infradito per ciabattare in giro.
Ciò che mi commosse fu il vedere queste persone che, per la prima volta, si
prendevano cura di qualcosa: cominciai a vederle dare importanza al
fatto di essere impegnate a pulire, passo dopo passo, tutto quel casino, e dare
importanza alla mia entusiastica reazione. Fu allora che vidi
entusiasmarsi anche loro. Uno
dei primi a venire fuori con me nell’orto fu un uomo che non scorderò mai. Si
chiamava Forrest: aveva circa 45 anni e una storia criminale alle spalle che
durava da trent’anni. Aveva subito dieci arresti per aggressione armata e
forse una quindicina per guida in stato di ubriachezza. Non si poteva
definirlo un individuo raccomandabile, eppure venne fuori con me e si fece un
mazzo per pulire la vecchia fattoria che era stata trasformata in discarica.
Presto si unì a noi una meravigliosa terapeuta di orticoltura, Arlene
Hamilton, così, lentamente, nel 1984, cominciammo a coltivare erbe
officinali, con soli 300 dollari che ci dettero lo sceriffo e i suoi amici
per comprare alcune cose, e un gruppo di forse dieci giardinieri. Oggi, 160
detenuti vanno fuori tutti i giorni a coltivare un orto di La
gente mi chiede: “Cosa c’è di speciale in un orto, nel mettere le mani nella
terra, che unisce queste persone? Non sarebbe la stessa cosa piazzarle
davanti a un computer? Cosa pensi ci sia di così particolare nel fatto di
coltivare un orto?”. Beh, la cosa importante da dire è che il coltivare un
orto non è per tutti, ma il veder crescere qualcosa dà a molte persone un
senso di potere. Quando i detenuti vedono che una discarica di rifiuti
diventa un orto e sanno che Alice
Waters vuole gli ortaggi che stanno coltivando proprio lì, provano un
senso di potere. L’hanno fatto con le loro mani! E questa, inoltre, è
un’esperienza che ha per oggetto creature viventi, verdi e belle, provenienti
da Madre Natura. Tutto
ciò mi riporta alla mente qualcosa che scrisse Wendell Berry nel libro The Unsettling of America. L’autore parla di come, in America, qualsiasi
cosa fatta con le mani sia tenuta in scarsa considerazione. Guardo la
comunità con la quale lavoro e penso: “Quel che ci manca sono natura e
bellezza, la bellezza che possiamo creare con le nostre mani”. Dico a questa
gente: “Sentite, sarchiamo le giovani lattughe e vediamo cosa succede.
Cresceranno meglio, diventeranno rigogliose e verremo pagati di più perché
sono biologiche”. Lavorare per far crescere qualcosa è una metafora. Dico
loro anche questo: “Se non mettiamo prodotti chimici in quello che stiamo
coltivando, ci pagheranno di più. E questo vale anche per voi: se non mettete
eroina dentro di voi, starete meglio. La vostra famiglia stessa starà
meglio”. L’esperienza di far crescere qualcosa è un’esperienza di guarigione. Sono
sicura che avete visto tutti Nick
Manofredda, il film con Paul Newman nel quale i prigionieri sono
costretti a lavorare nei campi, in gruppi, legati con le catene. Sono sempre
esistite le prigioni-fattorie ed è molto, molto importante che ai nostri
detenuti venga offerta la possibilità di scegliere se lavorare in fattoria e
coltivare qualcosa da mangiare, oppure imparare a usare il computer, o ancora
apprendere a leggere e a scrivere. Ho
visto tanta, tanta gente come Forrest passare da una lunga serie di condanne
a una nuova vita in cui si è diventati bravi coltivatori di ravanelli.
Forrest di primo acchito aveva l’aria sinistra perché in lui tutto era
sinistro, con quei tatuaggi dappertutto, ma quello che realmente voleva era
offrire un mazzo di fiori, perché è molto orgoglioso dei fiori. Questa è una
trasformazione. Un simile programma dà speranza a persone che non ne hanno
più. È il fatto di lavorare con qualcosa di vivo, come le piante, che dona
loro il senso della vita. Un
altro detenuto, di nome Danny, mi disse: “Vorrei andare a lavorare per
qualcuno in una fattoria, dedicarmi all’agricoltura come faccio qui. Quando
arrivai in questo posto ero come un albero morto. Ho visto cosa può fare
l’acqua: se innaffi l’albero e lo nutri bene, questo cresce e dà frutti. Non
voglio tornare sulla strada a bighellonare, sprecare il mio tempo e morire.” Le
prigioni sono posti squallidi. La nostra è così deprimente, malgrado il suo
bellissimo orto, che sempre mi domando come possiamo tenere delle persone in
questa tremenda situazione, in celle orribili, e poi aspettarci che tornino a
essere individui normali, capaci di vivere con il resto della società? Le
persone con cui lavoro sono i classici tipi che se li incontri cambi strada,
perché incutono timore; ma questo programma di coltivazione dell’orto fa
capire loro che non sono spaventosi, che fanno parte della comunità. Ho
sentito per molti anni che l’avere quest’orto era una cosa bellissima, che
potevamo ricavarci generi alimentari, che le vite delle persone stavano
cambiando; ma è frustrante rendersi conto di quanto sia meglio, per gran
parte della gente del nostro carcere, entrare nel programma orticolo invece
di vivere a casa propria, in strada o nei centri di accoglienza per i
senzatetto. Per la maggioranza di questa gente il programma orticolo era la
migliore esperienza che avessero mai avuto nella vita. Al termine della loro
condanna molti venivano da me dicendomi: “Cathy, non voglio andarmene, voglio
rimanere qui”; e in effetti alcuni di loro finivano nuovamente in prigione perché
volevano tornare al nostro orto. Compresi dunque che avevamo bisogno di un
altro programma, fuori dalla prigione, per aiutarli a continuare l’esperienza
che avevano avuto con l’orto. Spesso
porto persone del luogo nella prigione a vedere cosa stiamo facendo. Un
giorno venne un uomo d’affari del posto, che si chiamava Elliot Hoffman,
titolare di una grande panetteria denominata Just Desserts. Si guardò intorno e disse: “Sapete, ho bisogno di
tante fragole, voi potreste coltivarle e le potrei comprare da voi.”
Personalmente speravo di sentirgli dire: “Vi do un assegno così potrete
comprarvi gli attrezzi”, ma egli insistette: “No, no, vorrei veramente
comprare le fragole da voi”. Mi invitò alla sua panetteria a Hunter’s Point, dietro alla quale
sorgeva una vecchia discarica di circa 2.000 mq: “Potreste portare qui i
vostri detenuti a coltivare le fragole,” propose Elliot. Continuavo a
guardare la discarica e pensavo tra me: “Ho già tanto di quel da fare alla
prigione. Da quest’uomo vorrei davvero soltanto un assegno”. Fortunatamente
per tutti noi, Elliot insistette e, alla fine, decidemmo di iniziare un
programma post-rilascio per le persone che uscivano dalla prigione. Oggi i
detenuti possono lasciare il programma interno di coltivazione e venire in quest’altro
orto di 2.000 mq per continuare a coltivare i prodotti che vendiamo a Chez Panisse, un meraviglioso
ristorante di Berkeley. Vendiamo anche tanta frutta a Just Desserts e stiamo facendo affari anche con altri. Abbiamo
contatti con The Body Shop, con Esprit, con tutte quelle società che
vogliono discutere della nostra intenzione di allargare questa idea che
chiamiamo “Progetto dell’Orto”. Quando
lo iniziammo, il terreno apparteneva a una grande società. Dissi loro:
“Dunque, signori, avete una discarica di rifiuti in questa zona piuttosto
infelice. Vi aiuteremo a ripulirla, vi faremo crescere piante e ortaggi e la
vostra proprietà non sarà più un ammasso di macerie”. I responsabili della
società risposero: “Guardi, signora, che non siamo un ente di beneficenza.
Deve darci 500.000 dollari per la terra”. In qualunque modo la rigirassi, non
avrei potuto dare loro neanche un centesimo, così scavalcammo il recinto e
cominciammo a creare l’orto. Ora, un simile comportamento sarebbe stato
punibile come violazione di proprietà, e allora mi ricordai del mio biglietto
da visita sul quale c’era scritto “Assistente speciale dello sceriffo”. Andai
da quest’ultimo e gli dissi: “Michael, la società proprietaria del terreno mi
ha detto che devo darle 500.000 dollari e ciò che vorrei fare è solo ripulire
la discarica e iniziare a coltivare un orto”. Michael replicò: “Fallo, e non
dimenticare che non solo dovranno mettere in prigione te, ma anche me”. Ciò
che abbiamo in abbondanza, in questa regione, è gente povera e terreni
abbandonati. Sono cresciuta a Newark, nel New Jersey, e quando la lasciai,
vent’anni fa, c’erano chilometri e chilometri di terra con edifici bruciati.
Ora, invece di avere gente disoccupata che sta agli angoli delle strade,
questa gente potrebbe coltivare frutta che qualcuno come Ben & Jerry, diciamo, sarebbe interessato a comprare. Si
potrebbe fare qualcosa di simile a Newark, oppure a Denver: ciò che importa è
riuscire a mettere in connessione la natura e le persone. Nel
mio lavoro alterno momenti di grande speranza a momenti di estrema tristezza.
Mi sento triste quando vado alla prigione e vedo così tanti uomini
afroamericani, così tanti uomini e donne di lingua spagnola privi di un
futuro, che davvero non hanno alcuna speranza. Ed è scoraggiante sentir dire
ai poliziotti: “Beh, questo è ciò vogliono”; oppure udire frasi come “Possono
fare più soldi vendendo una droga come il crack”. Niente di più falso. La
maggior parte della gente che là fuori spaccia droga prende a malapena i
soldi necessari per comprarsi la dose personale. Costoro sono su una strada
distruttiva, distruttiva per tutti noi. Il crimine ci riguarda tutti, ogni
giorno, ed è importante cominciare a guardare quello che accade nel nostro
Paese: stiamo creando milioni di persone prive di speranza. La
California spende molti milioni di dollari per costruire prigioni e molti di
meno per l’educazione dei bambini. Mantenere una persona in cella costa
all’anno 25.000 dollari: potrebbe andare a Harvard! Lo
scorso venerdì parlai al funerale di Donnell, un ragazzo che era entrato nel
mio programma orticolo quattro anni fa. Aveva appena compiuto diciotto anni.
È stato ucciso da un giovane con il quale aveva litigato: quest’ultimo tornò
indietro dopo la discussione e gli fece saltare la testa. Donnell
era uno di quei ragazzi che non volevano lasciare il nostro orto. Mi disse:
“Cathy, non voglio uscire da qui. Potrei rimanere?”; e io risposi: “Donnell,
non puoi stare in prigione, è… è illegale!”. Donnell continuò: “Cathy, tu
conosci un sacco di gente. Puoi manovrare dietro le quinte. Lo sceriffo è tuo
amico… Ti prego, chiedigli se posso restare qui”. Allora mi rivolsi allo
sceriffo: “Michael, possiamo far restare Donnell? Ha paura di tornare fuori”.
Questi rispose: “Cathy, è illegale
e la nostra prigione è superaffollata. C’è gente che dorme per terra. Non
possiamo tenerlo”. Mentre parlavo al suo funerale, ero consapevole del fatto
che molti dei presenti erano ragazzi giovani che sapevano chi ero, e non
perché mi avevano sentita per radio o letto di me sul New York Times. Dovunque vado a San Francisco la gente mi si
avvicina e dice: “La conosco.” Se sono afroamericani so che mi conoscono
attraverso la prigione. C’è qualcosa di sbagliato in questo. La
gente mi dice: “Mi sembri molto appassionata a quello che fai. Per te è più
che un lavoro. Cosa ti spinge a farlo?”. Ciò che mi spinge a farlo è che i
ragazzi e le ragazze che stanno nella nostra prigione somigliano molto ai
ragazzi e alle ragazze di casa mia, ai miei figli, a tutti i miei nipoti. Se
guardo le statistiche so che mia figlia e mio figlio non hanno un futuro.
Parliamo di riforme, di nuove tendenze, di ricostruzione, di speranze e
soluzioni. Quando vedo terreni abbandonati e discariche colme di rifiuti
penso alle persone che conosco, le quali sarebbero contente di avere
l’opportunità di ripulirli. Noi tutti dobbiamo riflettere sul fatto che
questi giovani, malgrado gli enormi ostacoli che incontrano, stanno tentando
di ricostruire le loro vite. Quelli
che hanno detto “Questo ha un senso” provengono da tutte le parti. Non molto
tempo fa ricevetti una lettera dal procuratore capo della California: devo
dire che provai un certo timore nell’aprire la busta, poiché pensai di essere
stata incriminata. Mi aveva scritto per rivolgermi queste parole: “Cathy,
quello che sta facendo è un modello per il rafforzamento della legalità in
questo Stato. Lei è una fonte d’ispirazione, così sto inviando informazioni
al riguardo a tutti gli uffici dei procuratori capo per convincerli a
venire a trovarla.” La
scorsa estate abbiamo ottenuto un contratto per piantare alberi a San
Francisco. Da allora ne abbiamo piantati più di L’altro
giorno ho ricevuto un messaggio da un uomo di nome Burl che era rimasto con
noi per circa sei mesi. Quando iniziò a lavorare con The Tree Corps aveva appena smesso di drogarsi con il crack:
veniva a lavorare tutti i giorni ma, non avendo dove andare a vivere, dormiva
nella sua auto ed era dunque tornato sulla strada per ricominciare a
drogarsi. Nel suo messaggio mi chiedeva il permesso, se non ero così
arrabbiata da prenderlo in considerazione, di rientrare nel programma.
Naturalmente non lo ero. Cathrine Sneed Marzo
- Aprile 1995 (traduzione
Mariagrazia De Cola) GIOVEDI’ 17
GIUGNO 2010 non mancare all’inaugurazione del primo Agro-Club di Roma!!
Settimana di Educazione allo
Sviluppo Sostenibile a Casalpalocco (Roma) L’Associazione SAP partecipa a questa manifestazione organizzata dall’associazione
Palocco per Kyoto, allestendo due laboratori per il riuso del
legno delle potature degli alberi: sabato 15 novembre 08 dalle 14 alle 18 domenica 16 novembre 08 dalle 10 alle 13 In via Aristo di Ascalona
10 (traversa di via Gorgia di Leontini) Casalpalocco. L’albero è la mia preghiera Qualche volta mi trovai di
fronte a un albero che sembrava un Buddha o un Gesù: amoroso,
compassionevole, silenzioso, umile, illuminato, eternamente in meditazione,
fonte di piacere per un pellegrino, di ombra per
una mucca, di bacche per gli uccelli, di foglie per il terreno, senza chiedere niente in cambio,
in totale armonia con il vento e la pioggia. Quanto posso imparare da un albero! L'albero è la mia
chiesa, l'albero è il mio tempio, l'albero è il mio mantra, l'albero è la mia poesia e la mia preghiera. Credo che non vedrò mai una
poesia bella come un albero. Un albero la cui bocca
affamata è premuta contro il dolce seno della terra; un albero che guarda Iddio
tutto il giorno e alza le sue frondose braccia per pregare; un albero che in estate può
indossare un nido di pettirossi nei capelli; sul cui seno si è fermata
la neve, che vive in intimità con la pioggia. Le poesie sono fatte da uno
sciocco come me, ma un albero soltanto Iddio lo può fare. Pianta un albero per
l'ambiente e per la pace ENO 2008 La giornata "Pianta un
albero per l'ambiente e per la pace ENO 2008" viene organizzata il 21
settembre il giorno dell'equinozio d'autunno, quando la durata del giorno e
della notte è uguale; 12 ore di luce e 12 di oscurità. Con l'occasione verrà
commemorata anche la giornata Mondiale della Pace delle Nazioni Unite. Il Progetto ENO - una
scuola mondiale on-line per la sensibilizzazione alle questioni ambientali,
invita tutti i bambini e i giovani prendere parte ad un evento eccezionale per
iniziare un nuovo anno scolastico in modo speciale; piantando gli alberi
vicinanza delle scuole e osservando le stelle! Il Progetto ENO - Environment
on-line, Department of Education of Joensuu Finlandia, eno.joensuu.fi avviata
nel 2000 nel Comune di Eno nella regione della Carelia settentrionale, è un
caso di eccellenza nella collaborazione didattica globale. ENO include scuole
di tutto il mondo i cui alunni possono confrontarsi per via telematica sui
temi dell'educazione ambientale L'albero più antico L'abete rosso che ha 8.000
anni è l'albero più antico del mondo. Scoperto in Svezia, vive
dall'ultima glaciazione...È una conifera
salvata per caso dal taglio delle foreste Ottomila anni fa, l'Europa
era ancora quasi completamente coperta dai ghiacci dell'ultima glaciazione
che era da poco terminata, ma qua e là alcune aree particolarmente battute
dal sole davano modo alla vegetazione di conquistare propri spazi. In un
angolo sperduto al confine tra la Svezia e la Norvegia semi di pecci, una
conifera sempreverde, attecchivano tra le rocce. Da essi sarebbero nati
rigogliosi alberi che sono sopravissuti fino ai nostri giorni. Uno di essi è stato
recentemente datato da Leif Kullman, botanico all'università Umea (Svezia),
che spiega: "Abbiamo trovato il
gruppo di alberi nel centro della Svezia, in un luogo che solo per puro caso
non è stato interessato dal taglio che interessa le foreste della regione. L'intento era quello di
capire come quelle piante fossero in grado di resistere alle severe
condizioni invernali dell'area. Tra gli studi eseguiti abbiamo fatto datare
al carbonio Fino ad ora l'albero più
antico noto ai botanici era "Matusalemme", un pino Bristlecone che
vive vicino Las Vegas, sulle pendici della White Mountains, il quale ha
un'età che si aggira attorno ai 5.000 anni. Altri alberi monumentali vecchi
di migliaia di anni sono noti in Iran, dove un cipresso ha superato i 4.000
anni d'età, in Cile dove un'altra pianta simile ha compiuto i 3.600 anni.
Alberi da 2-3.000 anni sono poi innumerevoli e presenti un po' in tutto il
mondo. In Italia il censimento degli alberi monumentali è stato realizzato dal Corpo forestale dello Stato
che ne ha individuati circa 150. Dal lavoro si scopre che l'albero più antico
della nostra penisola vide gli uomini che costruirono i nuraghi sardi, con
un'età che si aggira attorno ai 3.000 anni. Si tratta dell'oleastro di San
Baltolu di Luras, in provincia di Sassari. Dal punto di vista scientifico si
tratta di un Olea europaea oleaster, in altre parole un olivo selvatico. Un
esemplare di Al momento una cinquantina
di piantine contengono nel loro Dna metà del patrimonio genetico dell'albero
di San Baltolu e metà di una sua figlia di circa mille anni. Nel Parco
dell'Etna, nel comune di Sant'Alfio, è nota l'esistenza del vecchissimo
"Castagno dei cento cavalli". Avrebbe un'età compresa tra i 2 e i
3.000 anni, anche se alcune analisi sostengono che sarebbe ancora più antico
dell'oleastro sardo. Purtroppo molte piante
monumentali sono state spostate in giardini di grandi ville, causandone, a
volte, la morte. Fino a pochi anni fa, infatti, solo Marche, Alto Adige ed
Emilia Romagna "proteggevano" gli alberi monumentali, ma proprio
nel 2008 il Ministro delle politiche agricole e forestali, Paolo De Castro,
otteneva l'approvazione, da parte della Commissione ambiente del Senato,
della norma secondo la quale "Gli alberi monumentali saranno protetti
dal Codice dei Beni Ambientali e Paesaggistici". Un passo fondamentale
per proteggere alberi che per i veloci cambiamenti climatici in atto
potrebbero risentire conseguenze, più gravi di tutte le avversità ambientali
subite da millenni a questa parte. Luigi Bignami www.repubblica.it |
www.citta-campagna.it
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